Le pianure di Federico Falco

Quello che mi piace dell’orto è che non serve pensare. Si tratta solo di fare e fare. Piantare la vanga, rivoltare la terra, rastrellare, strappare le erbacce, seminare, sporcarsi di fango, potare, andare, venire. Fare e fare e fare. Il corpo si stanca. La mente si svuota. Scrivere, invece, è un continuo pensare. Il tentativo di tradurre tutto in parole. Di avvicinarsi il più possibile a dare un nome alle cose. La mente si sfinisce in questa precisione impossibile, sembra che la testa stia per scoppiare.

Le vicende narrate in questo libro sono piane come il paesaggio che descrive. Una scrittura tranquilla, che cerca di dare forma ad agitazioni centripete.

Siamo in Argentina, nella pampa, in una casa di campagna nei dintorni del paesino di Zapiola. Qui è dove il protagonista del romanzo, che poi è lo stesso autore, si è rifugiato dopo la fine di una storia d’amore durata 7 anni con il suo compagno. Per riprendersi, per tornare a imparare a vivere passa la maggior parte del tempo in solitudine a eccezione delle poche persone che animano i dintorni, progetta e si occupa del suo orto, legge i libri, si abbandona a quelli che sono i ritmi della natura; così si potrebbe riassumere la trama con poca consolazione degli amanti di intrecci avvincenti. Ma io, per esempio, sono un’estimatrice dei libri senza trama, non ho fatto altro che leggere libri senza trama per tutta la mia vita e ne sono rimasta totalmente soddisfatta, anzi direi stregata.

Federico Falco, classe ’77, è uno scrittore argentino che in Italia è già stato pubblicato da Sur con la raccolta di racconti Silvi e la notte oscura, un libro prezioso che ti abbraccia con le sue storie immerse nel non-tempo argentino. La stessa delicatezza l’ho trovata qui, nelle Pianure, nel narrare una vicenda estremamente personale che ci permette di sperimentare una cosa che solo la letteratura è in grado di fare: avvicinarci in maniera così intima al dolore di un’altra persona tanto quasi da poterlo sentire, sentire quella stanza fredda dove ci si sveglia da soli giorno dopo giorno, l’attenzione ai dettagli nell’immergersi in lavori manuali che prima non si era soliti fare, il restare impegnati per non pensare e il pensiero che inevitabilmente a tratti riemerge, spigoloso, pungente, la gioia quasi ingiustificata per qualsiasi verdura che spunti e cresca, l’inevitabilità del progredire del mondo con le sue leggi naturali che non si curano dei crucci degli essere umani, la natura, splendente e immensa, che esige fatica, sempre in sottofondo.

Qui il paesaggio predomina su tutto, contamina tutto, invade tutto, tutto è paesaggio. Perfino all’ora della siesta, con la casa chiusa e al buio, è impossibile dimenticarsene. Perfino senza aprire gli occhi, perfino quando si dorme, non si smette mai di sentire il cerchio dell’orizzonte.

Percorrere il sentiero che dalla campagna porta verso il paese, prendersi cura dell’orto, dar da mangiare alle galline, la paura che un’iguana le attacchi, che i ravanelli non sviluppino le teste. L’arte ci mette di fronte alle cose di cui non ci accorgiamo, è uno dei scuoi scopi. Accorgerci della bellezza di piccoli gesti quotidiani. La pampa è sempre uguale a sé stessa nella sua monotonia eppure i dettagli fanno la differenza, la pampa sempre uguale a sé stesse che cambia il nostro approccio alla vita.

Scrittura come diario di bordo, note brevi quasi ermetiche, periodi semplici, tentativo di sfuggire alla complessità, racconti di cieli coperti e riscoperte di cosa sia il tempo e l’attesa.

C’è un pensiero nella seconda metà del libro che secondo me è la chiave di lettura di questo romanzo. Parla di quei film o di quei romanzi nei quali vengono raccontati solo i fatti importanti di una vicenda, quelli che fanno avanzare la trama. Il resto – i dubbi, la noia, le lunghe giornate in cui non succede niente, la tristezza stagnante – sparisce a colpi di ellissi, di tagli netti, di rapidi riassunti. I due si lasciano e nel mentre parte una musichetta triste, appare un calendario in sovrimpressione i cui fogli girano in fretta portati via dal vento finché non arriva il momento del lieto fine. Che cosa fanno i personaggi tristi dei film in tutte le ore del giorno? Che cosa fanno quando non suona la musica? È come se nel tempo del lutto non ci fosse narrazione, dice Falco, provando invece a fare esattamente l’opposto con questo libro il cui tema è proprio questo: il travail de deuil, come direbbero i francesi, lavorare il lutto, provare a farlo tramite la narrazione pur nella consapevolezza che nessuna parola doma davvero il dolore, nessuna parola riesce a dirlo veramente.

È stata una lettura riappacificante, calda, da gustare sdraiato su un prato in un pomeriggio di sole, che consiglierei in generale, ma soprattutto a chiunque abbia paura della solitudine e abbia bisogno di consolazione.

La pampa mette di fronte anche a questa verità, quasi zen: non c’è un posto migliore al quale ascendere, non c’è una felicità da guadagnare, non c’è nessun posto dove andare, non c’è nessun posto da raggiungere. Il mondo è questo e sarà sempre questo. Alcuni possono affacciarsi sul vuoto. Ad altri dà le vertigini.

Nel libro vengono spesso appuntati i piatti che il protagonista si prepara. Quelli con il kale Red Russian la fanno da padroni perché è una delle verdure che cresce meglio nell’orto: pasta con aglio e kale saltato, frittata con le biete e kale tagliato fine etc. etc.

Però purtroppo il kale non è una verdura che si trova fresca in questa stagione, allora per non tradire la semplicità e genuinità delle ricette che Federico si cucina, vi propongo delle caserecce integrali fresche solo con biete saltate al peperoncino, super basic come ricetta, ma ve la metto lo stesso.

Visto che abbiamo praticamente solo due ingredienti, assicuratevi che siano buoni. Io, come scrivevo sopra, ho optato per una pasta fresca integrale – per mantenere un sapore più rustico – comprata in un pastificio, se avete tempo e voglia perché non provare a farla voi in casa?! Le bietole invece acquistatele belle fresche, se potete da filiera corta, rivolgetevi al vostro ortolano di fiducia oppure andate direttamente dagli agricoltori, se vivete in una città come Milano ormai sono tanti gli hub che permettono di fare questo soprattutto nel weekend.

Per due persone ne ho fatto un cespo bello grande per intero, c’è da dire che mangiamo tanto. Io stacco la costa dalla foglie più tenere e le taglio a pezzettini. Faccio bollire questa parte più dura in acqua bollente salata per 10 minuti circa, dopo 6-7 minuti aggiungo anche le foglie e scolo tutto poco dopo. Lascio sgocciolare per bene e le salto poi in padella con aglio, olio e peperoncino. Nel frattempo bollite la pasta, lasciate un pochino di acqua di scolo e saltatela insieme alle biete. Potete aggiungere infine un filo di olio evo a crudo e qualche goccia di limone.

Buon appetito e buona lettura!

Una moda sostenibile, amare i propri vestiti.

Attenzione, spoiler alert: se leggete questo libro vi passerà la voglia di andare a fare shopping, o per lo meno non di certo con la leggerezza con cui magari lo facevate prima. E se siete grandi fautrici o fautori del decluttering, anche quello inizierà ad andarvi un po’ di traverso.

Orsola de Castro, regina dell’upcycling, mette nero su bianco gli spaventosi numeri di produzione che popolano l’attuale panorama della moda. Spesso il dibattito verte sul cibo, sui suoi sprechi, sul suo impatto ambientale e sull’orrore degli allevamenti intensivi, ma anche il mondo della moda sta lasciando un’impronta pesante sul nostro pianeta, che ha distrutto per sempre vecchi equilibri. Tra tutti, un dato mi è rimasto impresso particolarmente e posso citarlo senza andare a ripescarlo tra le pagine: ogni anno, solo a New York, viene gettata via una mole di vestiti pari a 440 Statue della Libertà (non so se ci rendiamo conto!). Vestiti che sono stati prodotti nella stragrande maggioranza dei casi in una supply chain poco trasparente, da operai e operaie sotto pagati, per cui sono stati utilizzati materiali inquinanti in fase di produzione e che sono finiti a ingombrare, invenduti, i negozi di fast fashion o simili, oppure che abbiamo comprato cedendo a un capriccio del momento perché tanto costavano poco per poi metterli una volta e abbandonarli, capi prodotti in condizioni di lavoro ingiuste e che paradossalmente sono risultati del tutto inutili in ottica dell’uso che ne è stato fatto, ma che di fatto esistono, sono lì a prendere spazio, un mattoncino di quelle Statue della Libertà non biodegradabili, spazzatura piena di plastica la cui permanenza sul pianeta è inversamente proporzionale alla leggerezza con cui ce ne siamo liberati.

È così, tutto il libro della de Castro si basa su questo troppo che gira intorno al mondo della moda e inquina le nostre vite suggerendo best practices e indicazioni per cercare di contenere i danni e fare di più con meno. Le limitazioni non devono essere viste necessariamente come restrizioni, ma come occasioni per stimolare soluzioni creative. Inoltre, non si tratta solo di smettere di comprare o comprare meglio, il messaggio che si vuole far passare – o per lo meno quello che è arrivato a me più forte – è di instaurare un nuovo rapporto con i nostri vestiti, renderli davvero nostri, amarli, costruire delle storie intorno a loro. Questo anche tramite l’arte della riparazione creativa, del ricamo, del rammendo volto a dare nuova vita ai nostri abiti. Se un vestito non ci piace più o se ha dei buchi o dei difetti, prima di buttarlo via senza neanche pensarci proviamo almeno a resuscitarlo in qualche modo per evitare di creare nuova spazzatura inutile. E se proprio dobbiamo comprare, ragioniamo su quello che stiamo comprando: andiamo a indagare i materiali di cui è composto, la sua provenienza, prediligiamo la seconda mano così da non aumentare la richiesta folle di nuovi capi da immettere nel mercato come se già non ce ne fossero abbastanza, scambiamoci i vestiti.

Essere chic nel 2022 non significa avere l’armadio pieno di vestiti diversi e sempre nuovi aggiornati alla moda del momento, ma portare fieramente il proprio maglione liso e i propri pantaloni consumati, che abbiamo messo fino allo sfinimento perché ci piacciono e raccontano qualcosa di noi. Essere chic, o come lo vogliamo chiamare, non potrà mai identificarsi in uno shopping non ragionato, semplicemente perché il nostro pianeta non lo sostiene più e ci sta implorando di continuare a utilizzare ciò che abbiamo già nell’armadio o comprare solo lo stretto necessario. Ci sta chiedendo di riutilizzare manodopera adesso male indirizzata verso mansioni più intelligenti che tornino indietro a un sapere pratico e artigianale o che organizzino la supply chain in maniera diversa in modo che si possa instaurare davvero un tipo di produzione circolare che punta tutto sul riciclo.

Sarebbe sbagliato pensare alla sostenibilità come a una tendenza passeggera, anzi è vero proprio il contrario: in quanto essenziale per la nostra sopravvivenza ed evoluzione, la sostenibilità è una tendenza da centinaia di migliaia di anni. Sostenibilità significa equilibrio, qualità e rispetto. Non ci nega nulla e ci fornisce tutto. Ci parla di gratitudine invece che di avidità, d’intraprendenza invece che di sfruttamento. L’eccesso, ecco cosa fa tendenza, ma è una tendenza di cui dobbiamo disfarci al più presto, se non vogliamo diventare gli strumenti della nostra stessa fine.

Interessante anche la sezione in cui viene fatto un lungo e dettagliato excursus sui principali tipi di fibre, sintetiche e non, con cui vengono prodotti i vestiti. Parlando per me stessa, devo dire che non avevo una grande consapevolezza delle sostanze chimiche contenute nei vestiti con cui la mia pelle viene in contatto, che è un tema strettamente legato anche al lavaggio. Durante i lavaggi in lavatrice i vestiti sintetici fatti per esempio in poliestere rilasciano un sacco di microplastiche che vanno a finire nello scarico, di conseguenza nelle falde acquifere, evaporano e ricadono poi sulla terra sotto forma di pioggia ed ecco spiegati i famosi ritrovamenti di microplastiche sulla cima dell’Everest. Anche su questo punto, Orsola de Castro ci invita a un utilizzo moderato della lavatrice, insegnandoci qualche trucchetto qua e là per rimuovere le macchie manualmente o rigenerare i jeans con il vapore. Quali sono invece tra tutte le fibre su cui puntare di più? Di recente gli attivisti sono tornati alla terra ponendo attenzione alle colture biodinamiche e altri sistemi tradizionali che stanno tornando in auge un po’ in tutto il mondo, ciò significa piantare fibre come il cotone, il lino e la canapa, e coltivarle biologicamente.

Se siamo sensibili sul tema del cibo, non possiamo ignorare quello che sta succedendo anche nel mondo della moda perché le logiche con cui i due mercati si stanno evolvendo sono spaventosamente simili. La finanziarizzazione del cibo è la stessa che sta avvenendo per il prodotto moda. Se un tempo c’era trasparenza sulle materie prime e sui luoghi di produzione, ora è diventato tutto opaco, la conoscenza del prodotto si è persa. Non ci si concentra più sulla qualità e il confezionamento del prodotto, ma sulla costruzione del brand, sull’identità di marchio il cui unico scopo è vendere e arricchire le aziende che stanno dietro a tutto questo. Come dice la de Castro, è la separazione delle persone dal prodotto a causare la totale indifferenza con cui guardiamo alla violazione dei diritti umani: se non riusciamo a capire con quanta fatica e con quanti danni ambientali si produce un vestito è più facile continuare ad acquistarli con leggerezza. E la stessa identica cosa succede per il cibo, con le aziende di marketing che cercano di allontanare quanto più possibile il consumatore finale dalla realtà in cui quel bacon o quella bistecca sono state prodotte.

Amare la moda e apprezzarla per le sue molteplici funzioni implica cambiare modo di ragionare e considerare il fine vita degli indumenti una massima priorità, perché l’unico modo per rimediare agli effetti disastrosi del nostro atteggiamento attuale nei confronti dell’usa-e-getta è chiedersi in primo luogo cosa sono i rifiuti, poi pensare alla longevità dei nostri vestiti – e a un loro uso efficiente – in modo da prolungarne la vita il più possibile. Dobbiamo riparare, riadattare e rindossare, non solo come individui ma in modo sistematico, come società. Il fine vita degli indumenti dovrebbe essere una responsabilità condivisa: i brand devono produrre capi durevoli e riciclabili; i governi locali devono mettere a disposizione impianti di riciclo adeguati, sostenendo le infrastrutture locali in modo che le sartorie in grado di eseguire riparazioni si diffondano sul territorio; e i cittadini devono comprare in modo ragionevole e prendersi cura dei loro vestiti, oltre a favorire attività come lo scambio e il noleggio, in modo da non buttare via capi ancora in buono stato.

*

Per onorare lo spirito di sostenibilità che anima questo libro, ho deciso di preparare questa volta una ricetta che non comportasse l’acquisto di nessun ingrediente, usando solo quello che già era nel mio frigorifero o nella mia dispensa. Spesso è facile, spinti dal desiderio di fare nuove ricette che abbiamo visto in giro o ci sono venute in mente, andare a comprare nuovi ingredienti – a volte strambi e quasi introvabili che poi non useremo mai più – quando in realtà a casa abbiamo un sacco di cibo ancora da utilizzare. La torta salata mi è sembrata una scelta indicata perché ci puoi mettere dentro tante cose che magari sono in scadenza oppure sono ormai da tempo dimenticate nelle file più nascoste della dispensa. Non ci sono regole, ognuno può dare sfogo alla propria creatività. La pasta per la torta salata si può benissimo fare in casa, ma io per una questione di tempi ne ho utilizzata una già pronta, ne compro un rotolo praticamente ogni settimana quando vado a fare la spesa principale perché so che, appunto, prima o poi arriverà verso fine settimana la necessità di una ricetta svuota frigo.

In particolare, ho seguito le linee guida di una torta salata che avevo visto sul sito di Vegolosi: ai funghi e alle lenticchie. Coi suoi colori che ci ricordano la terra, con un tocco di verde vegetale, è la perfetta ricetta zero waste. Vi lascio la ricetta qui sotto.

INGREDIENTI:

  • 100 g lenticchie (io ho usato quelle in scatola)
  • 100 g funghi champignon
  • 100 g funghi secchi
  • 1 patata
  • 1 zucchina grande
  • 1 cipollotto
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cucchiaino zenzero in polvere
  • olio evo
  • sale e pepe q.b.
  • 1 rotolo di pasta sfoglia
  • come strumento: frullatore a immersione

PROCEDIMENTO:

  • Lasciare in ammollo i funghi secchi per 30 minuti, terminato il tempo scolarli, strizzarli e tagliarli grossolanamente.
  • Pelare una patata e tagliarla a dadini, bollirla per 15 minuti e scolare.
  • Tagliare finemente il cipollotto.
  • Tagliare grossolanamente i funghi champignon.
  • Scaldare uno spicchio d’aglio in padella con un po’ di olio evo.
  • Aggiungere poi la cipolla, i funghi e cuocere per una decina di minuti salando il tutto.
  • In una ciotola con un frullatore a immersione ridurre a crema la patata insieme a 1/3 delle lenticchie e 1/3 dei funghi cotti.
  • Aggiungere anche i funghi e le lenticchie rimanenti, lo zenzero in polvere e mescolare.
  • Nel frattempo cuocere una zucchina tagliata a rondelle.
  • Stendere il rotolo di pasta sfoglia e bucherellare la superficie.
  • Unire la crema di lenticchie e funghi adagiando le fettine di zucchina in superficie.
  • Cuocere per 20 minuti in forno preriscaladato a 200°.