Una moda sostenibile, amare i propri vestiti.

Attenzione, spoiler alert: se leggete questo libro vi passerà la voglia di andare a fare shopping, o per lo meno non di certo con la leggerezza con cui magari lo facevate prima. E se siete grandi fautrici o fautori del decluttering, anche quello inizierà ad andarvi un po’ di traverso.

Orsola de Castro, regina dell’upcycling, mette nero su bianco gli spaventosi numeri di produzione che popolano l’attuale panorama della moda. Spesso il dibattito verte sul cibo, sui suoi sprechi, sul suo impatto ambientale e sull’orrore degli allevamenti intensivi, ma anche il mondo della moda sta lasciando un’impronta pesante sul nostro pianeta, che ha distrutto per sempre vecchi equilibri. Tra tutti, un dato mi è rimasto impresso particolarmente e posso citarlo senza andare a ripescarlo tra le pagine: ogni anno, solo a New York, viene gettata via una mole di vestiti pari a 440 Statue della Libertà (non so se ci rendiamo conto!). Vestiti che sono stati prodotti nella stragrande maggioranza dei casi in una supply chain poco trasparente, da operai e operaie sotto pagati, per cui sono stati utilizzati materiali inquinanti in fase di produzione e che sono finiti a ingombrare, invenduti, i negozi di fast fashion o simili, oppure che abbiamo comprato cedendo a un capriccio del momento perché tanto costavano poco per poi metterli una volta e abbandonarli, capi prodotti in condizioni di lavoro ingiuste e che paradossalmente sono risultati del tutto inutili in ottica dell’uso che ne è stato fatto, ma che di fatto esistono, sono lì a prendere spazio, un mattoncino di quelle Statue della Libertà non biodegradabili, spazzatura piena di plastica la cui permanenza sul pianeta è inversamente proporzionale alla leggerezza con cui ce ne siamo liberati.

È così, tutto il libro della de Castro si basa su questo troppo che gira intorno al mondo della moda e inquina le nostre vite suggerendo best practices e indicazioni per cercare di contenere i danni e fare di più con meno. Le limitazioni non devono essere viste necessariamente come restrizioni, ma come occasioni per stimolare soluzioni creative. Inoltre, non si tratta solo di smettere di comprare o comprare meglio, il messaggio che si vuole far passare – o per lo meno quello che è arrivato a me più forte – è di instaurare un nuovo rapporto con i nostri vestiti, renderli davvero nostri, amarli, costruire delle storie intorno a loro. Questo anche tramite l’arte della riparazione creativa, del ricamo, del rammendo volto a dare nuova vita ai nostri abiti. Se un vestito non ci piace più o se ha dei buchi o dei difetti, prima di buttarlo via senza neanche pensarci proviamo almeno a resuscitarlo in qualche modo per evitare di creare nuova spazzatura inutile. E se proprio dobbiamo comprare, ragioniamo su quello che stiamo comprando: andiamo a indagare i materiali di cui è composto, la sua provenienza, prediligiamo la seconda mano così da non aumentare la richiesta folle di nuovi capi da immettere nel mercato come se già non ce ne fossero abbastanza, scambiamoci i vestiti.

Essere chic nel 2022 non significa avere l’armadio pieno di vestiti diversi e sempre nuovi aggiornati alla moda del momento, ma portare fieramente il proprio maglione liso e i propri pantaloni consumati, che abbiamo messo fino allo sfinimento perché ci piacciono e raccontano qualcosa di noi. Essere chic, o come lo vogliamo chiamare, non potrà mai identificarsi in uno shopping non ragionato, semplicemente perché il nostro pianeta non lo sostiene più e ci sta implorando di continuare a utilizzare ciò che abbiamo già nell’armadio o comprare solo lo stretto necessario. Ci sta chiedendo di riutilizzare manodopera adesso male indirizzata verso mansioni più intelligenti che tornino indietro a un sapere pratico e artigianale o che organizzino la supply chain in maniera diversa in modo che si possa instaurare davvero un tipo di produzione circolare che punta tutto sul riciclo.

Sarebbe sbagliato pensare alla sostenibilità come a una tendenza passeggera, anzi è vero proprio il contrario: in quanto essenziale per la nostra sopravvivenza ed evoluzione, la sostenibilità è una tendenza da centinaia di migliaia di anni. Sostenibilità significa equilibrio, qualità e rispetto. Non ci nega nulla e ci fornisce tutto. Ci parla di gratitudine invece che di avidità, d’intraprendenza invece che di sfruttamento. L’eccesso, ecco cosa fa tendenza, ma è una tendenza di cui dobbiamo disfarci al più presto, se non vogliamo diventare gli strumenti della nostra stessa fine.

Interessante anche la sezione in cui viene fatto un lungo e dettagliato excursus sui principali tipi di fibre, sintetiche e non, con cui vengono prodotti i vestiti. Parlando per me stessa, devo dire che non avevo una grande consapevolezza delle sostanze chimiche contenute nei vestiti con cui la mia pelle viene in contatto, che è un tema strettamente legato anche al lavaggio. Durante i lavaggi in lavatrice i vestiti sintetici fatti per esempio in poliestere rilasciano un sacco di microplastiche che vanno a finire nello scarico, di conseguenza nelle falde acquifere, evaporano e ricadono poi sulla terra sotto forma di pioggia ed ecco spiegati i famosi ritrovamenti di microplastiche sulla cima dell’Everest. Anche su questo punto, Orsola de Castro ci invita a un utilizzo moderato della lavatrice, insegnandoci qualche trucchetto qua e là per rimuovere le macchie manualmente o rigenerare i jeans con il vapore. Quali sono invece tra tutte le fibre su cui puntare di più? Di recente gli attivisti sono tornati alla terra ponendo attenzione alle colture biodinamiche e altri sistemi tradizionali che stanno tornando in auge un po’ in tutto il mondo, ciò significa piantare fibre come il cotone, il lino e la canapa, e coltivarle biologicamente.

Se siamo sensibili sul tema del cibo, non possiamo ignorare quello che sta succedendo anche nel mondo della moda perché le logiche con cui i due mercati si stanno evolvendo sono spaventosamente simili. La finanziarizzazione del cibo è la stessa che sta avvenendo per il prodotto moda. Se un tempo c’era trasparenza sulle materie prime e sui luoghi di produzione, ora è diventato tutto opaco, la conoscenza del prodotto si è persa. Non ci si concentra più sulla qualità e il confezionamento del prodotto, ma sulla costruzione del brand, sull’identità di marchio il cui unico scopo è vendere e arricchire le aziende che stanno dietro a tutto questo. Come dice la de Castro, è la separazione delle persone dal prodotto a causare la totale indifferenza con cui guardiamo alla violazione dei diritti umani: se non riusciamo a capire con quanta fatica e con quanti danni ambientali si produce un vestito è più facile continuare ad acquistarli con leggerezza. E la stessa identica cosa succede per il cibo, con le aziende di marketing che cercano di allontanare quanto più possibile il consumatore finale dalla realtà in cui quel bacon o quella bistecca sono state prodotte.

Amare la moda e apprezzarla per le sue molteplici funzioni implica cambiare modo di ragionare e considerare il fine vita degli indumenti una massima priorità, perché l’unico modo per rimediare agli effetti disastrosi del nostro atteggiamento attuale nei confronti dell’usa-e-getta è chiedersi in primo luogo cosa sono i rifiuti, poi pensare alla longevità dei nostri vestiti – e a un loro uso efficiente – in modo da prolungarne la vita il più possibile. Dobbiamo riparare, riadattare e rindossare, non solo come individui ma in modo sistematico, come società. Il fine vita degli indumenti dovrebbe essere una responsabilità condivisa: i brand devono produrre capi durevoli e riciclabili; i governi locali devono mettere a disposizione impianti di riciclo adeguati, sostenendo le infrastrutture locali in modo che le sartorie in grado di eseguire riparazioni si diffondano sul territorio; e i cittadini devono comprare in modo ragionevole e prendersi cura dei loro vestiti, oltre a favorire attività come lo scambio e il noleggio, in modo da non buttare via capi ancora in buono stato.

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Per onorare lo spirito di sostenibilità che anima questo libro, ho deciso di preparare questa volta una ricetta che non comportasse l’acquisto di nessun ingrediente, usando solo quello che già era nel mio frigorifero o nella mia dispensa. Spesso è facile, spinti dal desiderio di fare nuove ricette che abbiamo visto in giro o ci sono venute in mente, andare a comprare nuovi ingredienti – a volte strambi e quasi introvabili che poi non useremo mai più – quando in realtà a casa abbiamo un sacco di cibo ancora da utilizzare. La torta salata mi è sembrata una scelta indicata perché ci puoi mettere dentro tante cose che magari sono in scadenza oppure sono ormai da tempo dimenticate nelle file più nascoste della dispensa. Non ci sono regole, ognuno può dare sfogo alla propria creatività. La pasta per la torta salata si può benissimo fare in casa, ma io per una questione di tempi ne ho utilizzata una già pronta, ne compro un rotolo praticamente ogni settimana quando vado a fare la spesa principale perché so che, appunto, prima o poi arriverà verso fine settimana la necessità di una ricetta svuota frigo.

In particolare, ho seguito le linee guida di una torta salata che avevo visto sul sito di Vegolosi: ai funghi e alle lenticchie. Coi suoi colori che ci ricordano la terra, con un tocco di verde vegetale, è la perfetta ricetta zero waste. Vi lascio la ricetta qui sotto.

INGREDIENTI:

  • 100 g lenticchie (io ho usato quelle in scatola)
  • 100 g funghi champignon
  • 100 g funghi secchi
  • 1 patata
  • 1 zucchina grande
  • 1 cipollotto
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cucchiaino zenzero in polvere
  • olio evo
  • sale e pepe q.b.
  • 1 rotolo di pasta sfoglia
  • come strumento: frullatore a immersione

PROCEDIMENTO:

  • Lasciare in ammollo i funghi secchi per 30 minuti, terminato il tempo scolarli, strizzarli e tagliarli grossolanamente.
  • Pelare una patata e tagliarla a dadini, bollirla per 15 minuti e scolare.
  • Tagliare finemente il cipollotto.
  • Tagliare grossolanamente i funghi champignon.
  • Scaldare uno spicchio d’aglio in padella con un po’ di olio evo.
  • Aggiungere poi la cipolla, i funghi e cuocere per una decina di minuti salando il tutto.
  • In una ciotola con un frullatore a immersione ridurre a crema la patata insieme a 1/3 delle lenticchie e 1/3 dei funghi cotti.
  • Aggiungere anche i funghi e le lenticchie rimanenti, lo zenzero in polvere e mescolare.
  • Nel frattempo cuocere una zucchina tagliata a rondelle.
  • Stendere il rotolo di pasta sfoglia e bucherellare la superficie.
  • Unire la crema di lenticchie e funghi adagiando le fettine di zucchina in superficie.
  • Cuocere per 20 minuti in forno preriscaladato a 200°.

Antipasto verde

Tra chiusure lavorative, cene natalizie, ricerca disperata dei regali, in questo periodo purtroppo ho poco tempo per leggere, aspetto impaziente le vacanze per potere recuperare. Quindi oggi mi tocca boicottare i libri, va be’ ve ne avevo proposti tanti già nell’ultimo articolo, e vi metterò invece la ricetta di un antipasto che potete proporre a Natale e che renderà tutti felici, ne sono sicura. Io nelle cene o pranzi di famiglia sono sempre stata quella che preparava l’antipasto, ogni anno mi piace cercare nuove ricette colorate e gustose, e da un paio di anni a questa parte anche interamente vegetali, come per esempio i falafel di piselli che vi metto qui sotto. In realtà ho già in mente tutta una lunga lista di cose da fare, in realtà troppe, che vi elenco prima di mettere la ricetta, se vi va nei commenti potete dirmi quali piatti vi ispirano di più e seguirò i vostri suggerimenti, perché di sicuro tutto non riuscirò a fare dal momento che ahimè no, non vivo ancora in un mondo fatato dove posso trascorrere la mia intera giornata dietro i fornelli a spadellare e infornare.

Ecco i piatti a cui avevo pensato (oltre chiaramente ai falafel che sono stati testati, approvati e non mancheranno):

  • Tofu in salsa teryaki
  • Farinata di ceci
  • Hummus natalizio con chicchi di melograno
  • Mini quiche di zucca e funghi
  • Mini quiche di spinaci
  • Frittini di verdure
  • Spiedini di tempeh (inspo: Cucina Botanica)
  • Cous cous con pesto di rucola (anche qui, inspo: Cucina Botanica)
  • Crostini con paté di olive

Vorrei andare a svaligiare i supermercati e preparare tutto! Ma per il momento parliamo di questi falafel verdissimi accompagnati da una salsina al sesamo che secondo me è la fine del mondo e potete riciclare anche per tantissimi altri accompagnamenti. Da servire come antipasto le dosi che vi metto vi basteranno per circa 4 persone, ma potete chiaramente raddoppiarle a seconda del vostro bisogno.

Cosa vi servirà?

Per i falafel:

  1. 450 g di piselli (io ho preso quelli novelli surgelati)
  2. mezzo spicchio di aglio privato dell’anima
  3. metà cipolla piccola
  4. 1 cucchiaino di curry
  5. 1 cucchiaino di paprika affumicata
  6. prezzemolo q.b.
  7. menta q.b.
  8. pangrattato q.b.
  9. olio extravergine di oliva
  10. sale e pepe

Per la salsa:

  1. 50 g di tahina (anche 60 forse se la volete più densa)
  2. succo di mezzo limone
  3. 20 g di acqua
  4. 1 cucchiaino di senape
  5. 1 goccio di salsa di soia
  6. sale e peperoncino a piacere (io ho usato un pizzico di pepe di Cayenna)

Cuocete i piselli in acqua salata bollente come da indicazioni, una volta scolati metteteli in un frullatore insieme all’aglio, la cipolla, le spezie, il prezzemolo e la menta e tritate il tutto non troppo finemente. Aggiustate la consistenza con del pangrattato e lasciate riposare per 15 minuti.

A quel punto accendete il forno e mettetelo a 200°, formate delle palline e riponetele su una teglia ricoperta da carta forno, appiattitele un po’ nel mezzo e spennellatele con dell’olio extravergine, aggiungete anche un pizzico di paprika affumicata. Cuocete in forno per 20 minuti circa, finché non formano una bella crosticina, una volta tolte io ci ho aggiunto anche dei fiocchi di sale e le ho bagnate con un po’ di limone.

Per la salsa invece basta che mescoliate per bene in una ciotola tutti gli ingredienti sopra elencati, potete renderla meno o più densa a seconda dei vostri gusti, io la trovo strepitosa, e potete utilizzarla per esempio anche quando mangiate dei burger vegetali o come condimento per le verdure, coi broccoli per esempio è la fine del mondo, provatela e fatemi sapere!

Non dimenticatevi di farmi sapere quali altri antipasti della lista sopra secondo voi dovrei aggiungere!