I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni

Una faina che racconta la storia della propria vita all’interno di un bosco popolato da animali che vivono all’apparenza una vita pressoché antropomorfizzata: le loro tane hanno cucine e camere da letto, ciascun membro della famiglia vanta un nome proprio e ci sono medici e usurai che ci parlano di istituzioni sociali ed economiche rudimentali.

Il protagonista, Archie, è una faina che diventa zoppa dopo avere tentato di rubare delle uova che si trovavano in cima a un alto albero: diventato inutile agli occhi della madre che non prova un minimo di affetto nei confronti del figlio decide di venderlo alla volpe Solomon in cambio di qualche gallina da mangiare. Solomon è un usuraio, grazie alla sua astuzia e a un cane da guardia, Gioele, che sta sempre al suo fianco e si occupa di andare a sistemare eventuali debiti insoluti, si è guadagnato il rispetto e la riverenza di tutti gli animali del bosco. Archie diventa il suo apprendista e dopo un inizio non facile tra i due, Solomon inizia a vedere in lui delle potenzialità e pian piano lo introduce alle sue passioni legate alla sfera dell’essere umano, che da sempre ha giocato un enorme fascino su Solomon. Presto capiamo infatti che la volpe non è un animale come tutti gli altri: ha coscienza del tempo, ha imparato a leggere e a scrivere e crede in Dio.

Il grande monolite intorno a cui gira l’intero romanzo è questa dicotomia tra uomini e animali. Da una parte c’è il regno della sopravvivenza a tutti i costi, dell’istinto, della ferinità; dall’altro quello della consapevolezza del nostro essere transeunti, destinati a condurre una vita breve e piena di dolore in cui le pene possono essere alleviate dalla fede in un Dio di cui in fondo non abbiamo le prove dell’esistenza oppure dal piacere di trasporre le nostre avventure tramite la scrittura e renderle in questo modo eterne.

Archie non sembra in fondo guadagnarci molto da tutto questo bagaglio di conoscenza che Solomon gli lascia in eredità: si configura sì come un essere speciale, ma pur sempre in precario equilibrio tra un mondo di sentimenti tutti umani e un istinto animale che lo porterebbe persino a mangiare i suoi figli per non morire di fame durante il rigido inverno. Resta infine solo, vecchio, orfano ormai di quella beata incoscienza animale sostituita dalla chiara consapevolezza che presto dovrà morire, il suo ultimo lascito al mondo è la scrittura delle sue memorie che lascerà in custodia al suo unico amico rimasto, un istrice che lo ha salvato da un pericoloso incendio, nella speranza che questo gesto renda significativa la sua breve permanenza su questa terra.

Qual è il messaggio ultimo che il romanzo ci vuole dare: forse che sia meglio restare protetti dall’ignoranza e non giungere mai al sapere? Che dovremmo rivedere e accettare con maggiore imperturbabilità certe “violenze” dell’esistenza perché si insinuano in fondo nel semplice cerchio naturale dal quale proveniamo? O al contrario rivalutare l’anelito dell’uomo di giungere al Vero che lo differenzia da qualsiasi altro animale? Resta al lettore decidere. Quel che è certo è che alcuni atteggiamenti umani rivisti in questa chiave animale non possono che farci riflettere, perché li vediamo attraverso una prospettiva inedita e a cui non siamo abituati. Una prospettiva narrativa sicuramente originale, ma non innovativa perché si tratta di un espediente già visto nel panorama letterario: si pensi al celebre racconto di Tolstoj Cholstomér in cui la voce narrante è quella di un cavallo. Si tratta di una pratica artistico-letteraria che i formalisti russi chiamavano straniamento: sottrarre la materia narrata alla convenzionalità della prospettiva canonica e presentarla invece sotto una nuova luce.

La grande ambizione di questo romanzo risulta in ultima analisi anche la sua zavorra: troppi grandi temi messi sul tavolo – Dio, il sapere, il potere taumaturgico della letteratura che rende eterni, la diade uomo-animale – che donano sì una sorta di epicità alla narrazione, ma senza trovare il giusto respiro. C’è qualcosa di potente nell’imperfezione di questo testo, che colpisce, tuttavia il coltello non affonda abbastanza e le riflessioni che scatenano scivolano spesso nell’ingenuità e nello stereotipo anche per via della assoluta aderenza alla tradizione con con la quale vengono raccontati. Un esordio narrativo i cui meriti vanno riconosciuti, ma che non mi ha fatto saltare in piedi dalla gioia. Mi riservo di leggere anche gli altri libri finalisti del Campiello vinto appunto da Zannoni con I miei stupidi intenti.

***

Vi lascio una ricetta semplicissima che profuma di bosco perché ha come protagonista i funghi. È la stagione giusta: cucinateli più che potete, tanto più che sono ricchi di triptofano che dà origine alla serotonina, neurotrasmettitore che regola l’umore, l’aggressività, il comportamento sessuale, la sensibilità al dolore, il ciclo sonno-veglia e favorisce la distensione e il rilassamento.

ORZO PERLATO CON FUNGHI SHIITAKE E TEMPEH GRIGLIATO

Ho pulito i funghi Shiitake eliminando il gambo (se li volete freschi io li ho trovati per esempio da Naturasì, secchi li trovate nei maggiori supermercati etnici come per esempio Kathay a Milano). Ho messo l’orzo a cuocere e nel frattempo ho tagliato i funghi a listarelle e li ho fatti cuocere in padella qualche minuto con un po’ di olio e aglio, ho lasciato che si asciugassero e ho aggiunto poi il tempeh sempre tagliato a listarelle (io ho preso ancora una volta da Naturasì quello già grigliato), ho condito con un goccio di salsa di soia e ho lasciato cuocere per altri 10 minuti. Dopo avere unito l’orzo cotto con i funghi e il tempeh, ho aggiunto anche della rucola fresca.

Sono il fratello di XX

Cosa pensare di questo libro?

Non lo so bene. È una raccolta di racconti impalpabile: un sogno, un incubo, qualcosa del genere, con personaggi che insinuano una subdola oscenità nel sacro e viceversa. Sono storie tristi, alcune molto belle, altre a mio parere dimenticabili, in ogni caso tutte connotate da malinconia, eleganza, angoscia e necessità di colmare un grande vuoto esistenziale. Sicuramente non una lettura facile, a tratti quasi disturbante, ma che in ciò lascia un segno, un ricordo. E di ricordi, apparizioni dal passato sono piene le pagine di questo libro, in bilico tra il realismo e il fantastico, dove domina uno stile che gli etologi chiamano Übersprung, come si dice nella nota di copertina, un’oscura frenesia dell’orrore. Si accenna a questo fenomeno nel brevissimo racconto, quasi un flash, chiamato Gatto. Se si osserva un gatto mentre cerca di acchiappare una qualsiasi preda, si potrà notare che a un certo punto, proprio quando sta per raggiungere il suo bersaglio, l’animale si distrae, sposta la sua attenzione su qualcos’altro.

Muta la rotta mentale. È come un momento morto. La stasi. […] Così fa il gatto. Distoglie anche se stesso dall’agonia. Che ha inferto. Non sappiamo perché accada che il gatto volga lo sguardo altrove. Lui lo sa. Chissà, forse è delectatio morosa, questo Übersprung. Il malinconico disfarsi di un legame con la vittima. Übersprung: parola che riguarda anche noi. È il volgersi altrove, passare ad altro, manifestare il gesto del distacco, come un addio. La divagazione dal tema, l’evasione da una parola, e insieme la caccia alle parole, il disfarsene: sono altrettanti modi mentali dello scrivere.

Sempre nelle note di copertina si parla di una certa “calma piatta” che pervade le atmosfere del libro, e io la ritrovo soprattutto nell’inadeguatezza delle capacità comunicative delle creature che popolano queste pagine, come nel racconto Il velo di pizzo nero in cui la protagonista si rende conto di quanto sua madre, ora morta, fosse depressa quando era ancora in vita solo adesso, guardando una sua vecchia foto o ancora in Tropici che parla del disagio di una coppia di fratello e sorella che in realtà non si conoscono per niente; i personaggi si perdono nel non detto, nell’ambiguità delle parole che a volte è meglio non pronunciare ma che in qualche modo si devono pronunciare, in strani silenzi che a volte riescono a trovare sfogo solo in impulsi terribili e cattivi come nei racconti La voliera o L’erede, e questo immergersi nelle pulsioni più nere dell’animo umano pare essere piuttosto congeniale per l’autrice zurighese. La prosa di Fleur Jaeggy è magra e affilata, sono racconti molto cerebrali in cui si dà poco spazio alla sensibilità. Il racconto iniziale che dà il nome alla raccolta – per inciso, il mio preferito – è in questo senso molto eloquente: sono il fratello di XX. Parla di un ragazzo, dei gesti della sua piccola vita sospesa, che come altri personaggi qui dentro ha problemi con il sonno, divorato da una non ben definita angoscia esistenziale, per dormire ha bisogno di sonniferi (una situazione ricorrente nei vari racconti), dialoga con la morte, dice del padre che è una persona molto sensibile e distratta

Tra l’altro vorrei dire subito che le persone sensibili sono distratte. A loro non importa assolutamente niente degli altri. Le persone sensibili, o tanto sensibili da essere dichiarate sensibili, come se fosse una gran qualità, sono insensibili ai dolori degli altri.

e ti lascia con un drammatico, teatrale epilogo.

Un libro che nel complesso mi ha dato l’impressione di essere aristocratico, raffinato, molto triste, quindi mangiateci insieme un tiramisù se non volete andare troppo giù.

Vi lascio la ricetta qui sotto di una versione vegan di questo tanto famoso dolce che ho mutuato dal GialloZafferano, provatela e fatemi sapere cosa ne pensate, era la prima volta che la facevo e secondo me ci possono essere margini di miglioramento nel mix degli ingredienti, ma tutto sommato mi ha soddisfatto. La base è una sorta di pan di Spagna da spezzettare per costruire poi i vari strati, mentre la crema si ottiene con tofu e panna di soia da montare.

INGREDIENTI:

PER LA BASE:

  • 180 g di farina 00
  • 70 g di fecola di patate
  • 12 g di lievito per dolci
  • 140 g di latte di riso a temperatura ambiente
  • 120 g di olio extravergine di oliva
  • 100 g di zucchero di canna fine

PER LA CREMA:

  • 400 g di tofu vellutato
  • 40 g di zucchero di canna fine
  • 1 baccello di vaniglia
  • 300 g di panna di soia da montare

PER LA BAGNA:

  • 250 g di caffé espresso
  • cacao q.b. per guarnire

PROCEDIMENTO:

In una ciotola mescolare lo zucchero con l’olio fino a farlo sciogliere. In un altro recipiente setacciare la farina, il lievito e la fecola. Unire le polveri ai liquidi mescolando con una frusta per non creare grumi. Aggiungere lentamente anche il latte e continuare a mescolare fino a ottenere un composto omogeneo. Ricoprire di carta forno una teglia da 20 cm e fare cuocere l’impasto in forno preriscaldato statico a 180° per 35 minuti.

Intanto frullare il tofu vellutato insieme allo zucchero, incidere il baccello di vaniglia e aggiungere i semi alla crema. A parte montare la panna e aggiungerla poi molto delicatamente al resto della crema dall’alto in basso per non smontarla.

Una volta che la base sarà fredda ricavarne delle forme adatte al contenuto del recipiente dove metterete il vostro tiramisù e iniziate a comporre gli strati: base – caffè – crema e così via, spolverando infine la superficie con del cacao amaro. Per la crema potete aiutarvi con un sac à poche. Prima di servire lasciare riposare in frigorifero almeno un’ora.

Viaggio alle Fær Øer

Ho da poco terminato il libro Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, edito in Italia da Iperborea.

Parla di una giovane ventenne danese, la cui famiglia da parte di madre ha radici faroesi, ed è proprio qui, verso le isole Faroe (letteralmente isola delle pecore), che si reca in viaggio con i suoi genitori in seguito alla morte dei suoi nonni, con cui aveva un rapporto molto speciale: l’amata omma, la nonna Marita, che negli anni Trenta dalle Faroe si trasferì a Copenhagen per stare accanto al suo amato, Fritz (il nonno abbi), per rincorrere sogni di modernità e maggiore ricchezza. Un’occasione triste diventa lo stimolo per la contemplazione e l’interrogazione: perché sentiamo il bisogno di tornare dopo essere partiti? Cosa fa di una terra una casa? In che modo i nostri antenati e parenti definiscono il nostro passato, presente e futuro? Come si costruisce la nostra identità attraverso i cambiamenti tra le generazioni?

Queste sono alcune delle domande che la protagonista, non appena atterrata all’aeroporto di Vagàr, fa a sé stessa, chiedendosi cosa significhi avere radici in una determinata terra, i legami che ci uniscono alla nostra famiglia, come essi vanno a fissare la nostra identità e che cosa si possa effettivamente definire casa. Anche i suoi nonni, veniamo a sapere nel corso della narrazione, nonostante avessero lasciato l’isola, non furono mai abbandonati dal ricordo nostalgico di quelle terre selvagge battute dal vento e da un segreto anelito a ritornarci.

Avevo un ricordo di questo posto insieme ad abbi: quell’estate aveva piovuto senza interruzioni. Io avevo preso il mio primo bel 13 in geologia, onestamente anche l’unico. Omma era morta l’inverno prima e abbi era smarrito, fragile. Aveva nostalgia del Nord. quando arrivarono le vacanze, volammo tutti insieme a casa. Dicevamo così, da sempre. A casa, sulle isole. A casa, a Suduroy. A casa, a Sørvágur.
Mia madre è nata a Vordingborg, io nel più grande ospedale di Copenhagen. Si fanno tanti discorsi su cosa sia casa. Uno stato d’animo, le persone che s’incontrano, roba del genere. Per me erano solenni stronzate. Roba da cosmopoliti con lo zaino in spalla, che parlano con la bocca piena di terra, piena di carne. Che vanno in giro a masticare il mondo.
Casa è un toponimo, pensavo. Un nome geografico.
Ma quella volta, con abbi: un agosto umido e verde. Verde muschio, verde nebbia, verde bottiglia.

Le Faroe si aprono ai nostri occhi tramite quelli della protagonista come un mondo estraneo, a sé stante, quasi mitologico e sospeso nello spazio e nel tempo; a tratti ostile nei confronti dell’altro talmente sono forti, identitarie e coriacee le tradizioni che lo abitano: dalla caccia alle balene, alla notte di San Giovanni a giugno – Jóansøku – animata da regate, danze e canti fino all’arte culinaria di essiccare cosciotti di pecora al vento.

Le Faroe rivendicano la loro appartenenza non europea, difendono la loro peculiarità, persino la lingua è diversa dal danese, un altro elemento che contribuisce a creare estraneità nella protagonista che il faroese non lo domina totalmente. Un universo linguistico simile ma differente, ammantato da leggende e saghe che si perdono nella notte dei tempi, Siri Jacobsen in questo romanzo semi autobiografico è riuscita a unire la dimensione folkloristica (streghe del mare, le fate – huldra – che si nascondono sotto i massi in giardino e isole galleggianti che si spostano misteriosamente) a una più intima e universale, quale la ricerca di identità, il venire a patti con una nostalgia dai confini labili e quella del viaggio, che è ritorno a un luogo, a casa, ma anche partenza da un altro posto e in entrambi i gesti si insinua qualcosa di destabilizzante, un piccolo sradicamento che genera interrogazioni e ci mette di fronte punti di vista inediti.

Il tutto tratteggiato da una narrazione che fa avanti e indietro tra il presente e la storia passata della famiglia per scrutare nelle vite di chi è venuto prima, tramite un linguaggio immaginifico ed evocativo che ti fa quasi pensare che questo romanzo non sia stato scritto, ma dipinto.

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Leggendo il romanzo mi sono interrogata su quale posto possa mai avere la cucina vegana in un luogo così fortemente connotato dal punto di vista geografico e culturale come questo. Nel libro vengono fatte spesso menzioni alla cucina locale, la protagonista stessa mostra dei tentennamenti di fronte al consumo di carne

Avevo appena scoperto il riscaldamento globale, il consumismo, le macellazioni di massa, e rifiutavo la zuppa di carne con panna e pomodori pelati, che peraltro era all’ultimo grido.

ma i freezer di quasi tutta la popolazione faroese sono zeppi di pezzi di carne di balena, che è normale costume mangiare in questi luoghi. Per non parlare della skærpelår, la tradizionale coscia di pecora lasciata essiccare al vento, naturalmente salata dal sale che viene dal mare, che per qualche ragione, nonostante emani un odore putrido di carogna e di formaggio vecchio, è tanto apprezzata alla Faroe.

Io resto della mia opinione, sono arrivata a un punto in cui molto difficilmente riuscirei a buttare giù un pezzo di carne, lo trovo troppo scorretto e ingiusto nei confronti della vita dell’animale, per non parlare dei danni che questo causa all’ambiente. Ma se la prima ragione che spinge a smettere di mangiare carne è universalmente valida in quanto basata su un giudizio etico, la seconda può avere delle piccole eccezioni. Mi spiego meglio: credo che decidere di mangiare carne o pesce in un contesto in cui hai tutte le alternative possibili sulla tavola, quindi cibo vegetale o non vegetale in grandi quantità, facilmente reperibile, sia molto diverso dal farlo laddove invece di alternative non ne hai o ne hai molto poche, come è il caso delle isole Faroe.

Leggevo, e del resto è facilmente intuibile, che qui per via del clima la coltura di quasi tutti i vegetali è praticamente impossibile, salvo qualche tubero o radice, la stessa cosa per gli alberi da frutta, per cui la quasi totalità di frutta e verdura deve essere importata dall’estero a costi esorbitanti. Dunque nella dieta di un locale è molto difficile che siano presenti questi due elementi, per loro è più scontato e intelligente utilizzare quello che la natura offre loro in abbondanza praticamente a costo zero, ossia pesce – qualsiasi punto sulle isole Faroe non dista più di 5 km dal mare – o carne, per lo più agnello o pecora, anche qui, su circa 50.000 abitanti totali delle isole abbiamo 70.000 pecore. 

In un contesto del genere non dico che sia giusto – mi allontano da qualsiasi giudizio morale, sto solo cercando di applicare del sano raziocinio oltre al fatto che detesto i manicheismi – ma arrivo per lo meno a comprendere molto di più il consumo di carne e pesce perché la trovo una scelta, ripeto in un contesto geografico così particolare e circoscritto, più idonea e in sintonia con la natura e l’ambiente circostante, una scelta sostenibile, molto più che in tanti altri punti del nostro pianeta.

Detto questo, le vie che mi aprivano erano due: armeggiare con patate e barbabietole oppure cucinare qualcosa che ricordasse il mare senza utilizzare il pesce. Sebbene sia stata molto tentata dalla prima opzione, ho deciso tuttavia di percorrere la seconda e quelle che vi presento qui sotto sono delle crocchette di finto pesce in cui il sapore del mare viene evocato dalle alghe. Un piatto originale, estremamente piacevole, perfetto da abbinare con una maionese vegana o qualche altra salsina.

INGREDIENTI:

  • 100 g di tofu al naturale, asciugato dai liquidi in eccesso
  • 140 g di ceci lessati
  • 10 g di alghe varie (io ho usato la confezione de La finestra sul cielo acquistata da NaturaSì)
  • 20 g di daikon essiccato (lo trovate sempre da NaturaSì o in altri negozi bio)
  • 1 cucchiaio di lievito alimentare (facoltativo)
  • 1 cucchiaio di gomasio (potete sostituirlo mettendo più sale, io ne ho usato proprio pochissimo avendo già il lievito alimentare e il gomasio, che sono entrambi insaporitori)
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • pan grattato q.b.
  • 50 g di semi vari (io ho usato un mix di semi di papavero e semi di sesamo)

PROCEDIMENTO:

Per prima cosa far reidratare le alghe e il daikon secco: vi basterà metterli in due ciotole, ricoprirli di acqua e aspettare una decina di minuti. Trascorso il tempo, scolateli e uniteli al bicchiere di un frullatore insieme a tutti gli altri ingredienti esclusi i semi. Anche il pan grattato vi consiglio di metterlo in un secondo momento: frullate prima per qualche minuto il tofu spezzettato, i ceci, le alghe e il daikon con i vari condimenti, dopodiché aggiungete tanto pan grattato quanto vi basta per ottenere un impasto facilmente modellabile con le mani.

A questo punto preparate una teglia da forno, oliatela leggermente, prelevate una cucchiaiata abbondante di impasto e tuffatela nei semi che avrete versato su un piatto. Formate delle crocchette allungate con le mani, o anche delle polpette tonde se preferite, e adagiate sulla teglia. Verranno fuori all’incirca 10 crocchette. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per 20 minuti, finché saranno dorate, negli ultimi minuti io ho azionato la funzione grill.

Le ho servite infine con della maionese vegana, erano ottime!

Potete servirle come un originale antipasto o come secondo unendole per esempio a un contorno di patate.

La felicità sulle montagne

La felicità del lupo è il nuovo libro di Paolo Cognetti che ancora una volta ci trasporta sulle montagne. Non conosco molto della sua vita privata, ma ho subito avuto la sensazione che ci sia dentro molto di autobiografico. Parla di Fausto, quarantenne appena separato dalla fidanzata con cui condivideva un appartamento a Milano che decide di rifugiarsi sulle montagne per trovare riparo e conforto dalla delusione generale che sembra permeare la sua vita in quel momento sul fronte affettivo, lavorativo e d’ambiente. Va a Fontana Fredda, luogo che conosce fin da bambino, si perde tra camminate e taccuini scarabocchiati e si improvvisa poi cuoco nel ristorante di Babette, anche lei fuggita da Milano tanto tempo prima e con cui Fausto sembra subito trovarsi in sintonia. A servire ai tavoli c’è Silvia, ventisette anni, anche lei irrequieta e in cerca di soluzioni per la propria vita. Tra i due scatta subito qualcosa e inizia una relazione che entrambi sanno potrebbe finire a breve ma nel frattempo scalda il loro lungo inverno a Fontana Fredda tra neve e piatti di polenta cucinati per gli sciatori e gli operai degli impianti. Silvia non sa ancora se la montagna è il suo desiderio di una vita o un rifugio temporaneo, intanto una volta arrivata l’estate, mentre Fausto lavora sempre come cuoco ma questa volta per i taglialegna, decide di prestare servizio allo storico rifugio Quintino Sella ai piedi del Felik, vetta del massiccio del Monte Rosa, dove Fausto va a trovarla appena riesce.

Nel racconto di questo segmento delle loro vite, e di tutti i personaggi che gli gravitano attorno, la montagna sembra assumere lo stesso ruolo delle montagne nelle stampe di Hokusai di cui si parla nel libro. Massicce e silenti osservatrici, impermeabili di fronte ai piccoli e grandi sconvolgimenti che le circondano, affascinanti e imprendibili nella loro imponenza, che sembra essere fatta per ricordarci quanto in fondo si perda in piccolo sciocchezze la nostra esistenza. La scrittura di Cognetti è leggera, limpida, lo è sempre stata e continua a esserlo anche adesso che il suo panorama è cambiato e si è elevato di quota. Fausto nella sua vita faceva lo scrittore e scriveva per lo più di donne, uomini e amori, storie che ormai non gli sembrano nemmeno più sue, adesso vuole parlare della natura, di un torrente di notte e di un cervo che si avvicina per bere. La parabola di Cognetti sembra simile, è lontano il tempo di Manuale per ragazze di successo, ma le dinamiche dei suoi personaggi vengono ancora trattate con la stessa finezza psicologica e l’intimità di sempre. Fausto nel dialogo con la natura ha ritrovato il sapore della vita, delle relazioni umane sincere, il desiderio della corporalità, ha riscoperto che le cose a volte semplicemente esistono in sé e per sé e non c’è nessuna filosofia o nostalgia pronta a palesarsi, tutti aspetti che a Milano erano stati schiacciati e persi nel traffico e nello smog e Cognetti sa restituircelo con immediatezza tramite il racconto di questa storia semplice. È diventato un po’ il Rigoni Stern della nostra generazione con un passato più mondano, e personalmente leggendolo ci ritrovo quella sensazione di tepore che si prova arrivando in un rifugio caldo dopo una camminata lunga e stancante.

È così che devono essere i rifugi.

IL PIATTO DEL LIBRO: In questo romanzo la cucina è molto presente proprio per il fatto che Fausto rinasce in veste di cuoco, prima nel ristorante di Babette e poi per i taglialegna d’estate nel bosco. Il fatto di sapere fare da mangiare diventa il suo tratto distintivo tra i montanari del luogo, che in questo modo vedono anche più di buon occhio l’incursione di questo forestiero nella loro piccola comunità. In un passo del libro si dice: “ecco un paio di lezioni che Fontana Fredda stava dando a Fausto Dalmasso, lo scrittore. Uno: c’è sempre bisogno di qualcuno che faccia da mangiare; di qualcuno che scriva, non sempre”. Nei menu di montagna sappiamo tutti che la carne è ovunque, quando vado in montagna la maggior parte delle volte sopravvivo grazie ai funghi, quindi grazie funghi di esistere!, e memore delle mie mille passeggiate sulle cime che non mi sembrano mai abbastanza, ho preparato un piatto di tagliatelle ai funghi porcini.

INGREDIENTI PER 2 PERSONE:

  • 200 g di tagliatelle di kamut
  • 150 g di funghi porcini (se non li trovate freschi che sarebbe il meglio, potete optare per quelli surgelati)
  • 1 spicchio di aglio
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • sale e pepe

Mettete a soffriggere l’aglio in una padella con un po’ di olio, quando ha preso sapore aggiungete anche i funghi porcini tagliati a cubettoni. Fateli saltare per qualche minuto a fiamma viva, salate e abbassate la fiamma lasciando cuocere i funghi per 10-15 minuti nei loro liquidi fino a totale evaporazione. Nel frattempo cuocete la pasta in abbondante acqua salata avendo riguardo di tenere da parte un bicchiere di acqua di cottura da utilizzare poi quando verrà fatta saltare insieme ai funghi per ottenere un sughetto cremoso. A questo proposito potete aggiungere anche un pizzico di amido di mais. Servite le tagliatelle ben calde aggiungendo in ultimo il prezzemolo.

CITAZIONE DAL LIBRO:

Ma tu che ci sei stato tante volte, l’hai capito perché ci vanno? Che cosa c’è su di là?
Vento.
E neve.
E poi?
Magari il sole. Se non ci sono le nuvole!
Lo Sherpa rise. Due volte l’Everest, ma era impossibile estorcergli una qualche filosofia. A parlare con lui tutto sembrava semplicemente stare al mondo: secchio, straccio, vento, sole, neve.

Nella direzione opposta

Thomas Bernhard è uno dei più grandi scrittori europei del Novecento. Si è scavato il suo spazio nel panorama letterario creando uno stile unico e micidiale. Lessi per primo Il soccombente, mi bastarono poche righe per rimanere folgorata e da lì in poi divenne uno dei miei rifugi di intelligenza preferiti, uno dei ripari sicuri a cui tornare nei momenti di tempesta. E laddove si potrebbe leggere una letteratura pessimista, esageratamente negativa e polemica, io ci ho sempre visto la massima lucidità, lo sforzo della razionalità che scala le insensatezze dell’esistenza e con difficoltà arriva in cima per godere di un panorama che regala una visione a 360°.

Come dissi già una volta, si potrebbe dire, con qualche margine di generalizzazione, che Bernhard nella sua vita abbia scritto un solo lungo libro: la sua penna è immediatamente riconoscibile grazie a uno stile in cui il come è perfettamente a servizio del cosa – anche se a suo dire il come lo interessò sempre più del cosa – e in effetti le tematiche che troviamo nei suoi romanzi sono ricorrenti. Ne cito alcune: l’ottusità delle convenzioni sociali, le difficoltà della vita familiare, pensieri sulla morte, la malattia e il suicidio, raccontate per lo più tramite monologhi, flussi di pensiero ininterrotti in cui il pensiero si dirama, si flette, salta ostacoli, ripiega su se stesso, si scontra con l’ossessione della ripetitività, dell’esagerazione per poi lanciarsi a momenti in libere corse. Tutti concetti che, a dire la verità, ne nascondono solo uno e fondamentale: la vita come teatro.

Ultimamente ho letto La cantina, romanzo abbastanza breve che fa parte dei cinque che insieme a L’origine – un accennoIl respiro – una decisioneIl freddo – una segregazione e per ultimo Un bambino compongono la sua autobiografia. Ne La cantina in particolare parla di un momento decisivo nella sua adolescenza quando scelse di abbandonare il ginnasio per andare nella direzione opposta. Direzione opposta in tutti i sensi, metaforicamente e letteralmente, lasciando quindi il ginnasio in uno dei quartieri più posh di Salisburgo per andare a fare l’apprendista in una cantina di alimentari nella parte più malfamata e degradata della città, decisione che significò per lui la sopravvivenza, la migliore che potesse prendere.

Ragioni per cui dovreste leggere questo libro:

  • se volete essere storditi (positivamente, si capisce);
  • se in un libro vi interessa più la fattura della trama;
  • se ritenete che la consapevolezza nella vita sia un bene prezioso e non un mostro da cui scappare;
  • se siete a un punto di svolta nella vostra vita e avete bisogno di andare nella direzione opposta;
  • se volete ridere, perché l’arte dell’esagerazione ha in sé il germe del comico;
  • se vi fanno passare per misantropi, ma poi si sa che non è questo il punto;
  • se odiate gli austriaci (no scherzo, questo non prendetelo davvero in considerazione).

IL PIATTO DEL LIBRO: A proposito, si sa che Bernhard molto spesso nei suoi libri non la tocca leggera con l’Austria, il suo paese, agli austriaci gliene ha dette di tutti i colori, quindi mi sembra giusto proseguire sulla sua linea, spingere le cose fino all’estremo e creare per questo secondo appuntamento di settembre proprio un piatto tipicamente austriaco (viennese) per il nostro Bernhard: la cotoletta, ma nella direzione opposta: vegana! La versione che vi propongo qui è mutuata da diverse cose trovate sul web, ma rifatta con il mix di ingredienti che ho trovato più di mio gusto. Potete accompagnarla con il contorno che volete, ma io sono andata proprio sul classico.

INGREDIENTI per 4 persone:

  • 150 g farina di ceci
  • 100 ml acqua temperatura ambiente
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1 pizzico di paprika affumicata
  • 1 cucchiaio fecola di patate
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • 1 cucchiaino di senape
  • farina di mais q.b. per impanare alla fine
  • limone e prezzemolo per guarnire
  • burro vegetale q.b.

PROCEDIMENTO:

Unite in una ciotola tutti gli ingredienti tenendo per ultimi olio e acqua, mescolate fino a ottenere una pastella morbida ma abbastanza compatta e lasciate riposare per almeno mezz’ora/un’ora.

Versate il pangrattato in una ciotola, prelevate un cucchiaio generoso di pastella e passatela nel pangrattato schiacciandola poi con le mani per darle la forma di una cotoletta.

Nella versione originale, la Wiener schnitzel viene fatta cuocere nel butterschmalz (burro chiarificato), quindi anziché usare l’olio, ho fatto sciogliere in una padella antiaderente una noce di burro vegetale e fatto cuocere le cotolette 2 minuti circa per lato fino a doratura, prestate attenzione che non si brucino.

Servitele con un po’ di limone spremuto (questo aiuterà anche l’assorbimento del ferro) e del prezzemolo sminuzzato, più il contorno che preferite.

CITAZIONE DAL LIBRO:

Noi ci domandiamo spesso che cosa sia e dove stia la felicità, perché questo è il solo interrogativo che ci appassiona sempre e per tutta la vita, senza mai darci tregua. Ma a questo interrogativo non dobbiamo dare risposta se siamo saggi e non vogliamo sporcarci con la nostra sporcizia più di quanto ci siamo già sporcati. Io cercavo il cambiamento, l’ignoto, forse anche l’eccitante e l’inquietante, e tutto ciò l’ho trovato nel quartiere di Scherzhauserfeld. Non sono entrato con compassione nel quartiere di Scherzhauserfeld, ho sempre odiato la compassione e, più profondamente che mai, l’autocompassione. Non mi sono mai permesso di avere compassione e ho agito solo per motivi di sopravvivenza. Già sul punto di mettere fine alla mia vita per tutti i motivi, ho avuto l’idea di interrompere la strada che stavo percorrendo già da molti anni con morbosa ottusità e mancanza di fantasia e sulla quale mi avevano messo con la loro tetra ambizione i miei educatori, e allora ho fatto dietrofront e sono tornato indietro di corsa per la Reichenhaller Strasse, in un primo momento sono tornato soltanto indietro, senza sapere dove stessi andando mentre tornavo indietro. Da questo momento in poi mi occorre qualcosa di completamente diverso, ho pensato, non ho pensato altro in quell’agitazione, qualcosa di completamente opposto rispetto a quanto fatto finora […] Qui non c’erano professori di matematica, né professori di latino, né professori di greco, e non c’era neppure un direttore dispotico al cui solo apparire mi sentissi inevitabilmente mozzare il respiro, qui non c’era nessuna istituzione micidiale. Qui non c’era la continua necessità di controllarsi, di chinare il capo, di fingere e di mentire pur di sopravvivere. Qui tutto quello che ero non veniva continuamente esposto agli sguardi critici, già di per sé micidiali, e non si pretendevano continuamente da me cose inaudite, disumane, o meglio la disumanità stessa. Qui non ero ridotto a una macchina per imparare e per pensare, qui potevo essere me stesso.