YAKI ONIGIRI con FUNGHI SHIITAKE SOTT’ACETO

Siamo alla fine dell’anno, non voglio pronunciarmi con resoconti strampalati su quello che ho passato negli ultimi 12 mesi o redigere una lista buoni propositi per l’avvenire. No. So solo che l’anno prossimo sarà intenso e impegnativo, abbiamo prenotato un viaggio di nozze in Giappone e, caro 2023, l’unica cosa che ti chiedo e di farmi diventare ricca – famosa mi interessa poco – così posso soggiornare una settimana al Park Hyatt Hotel di Tokyo e fare come Scarlett Johansson nel film Lost in Translation, non mi sembra una richiesta così assurda, no?

E mentre attendo che il miracolo si compia, ho deciso di preparare per la prima volta nella mia vita degli onigiri, anzi degli Yaki Onigiri (焼きおにぎり). Yaki vuol dire “grigliato” in giapponese e onigiri vuol dire “palla di riso”, quindi dopo avere creato il tradizionale onigiri, l’ho in questo caso ricoperto di salsa al miso e passato nel grill del forno per 5 minuti circa fino a creare una gustosa crosticina. Come primo tentativo, poteva andare meglio, ma poteva anche andare peggio. Non scoraggiatevi se non verranno perfetti, ci vuole sicuramente un po’ di pratica ma vi assicuro che il sapore è delizioso! Non è obbligatorio inserire un ripieno, potete consumarli anche lisci, in questa ricetta sono stati abbinati con funghi Shiitake secchi lasciati marinare con una salsa a base di soia e aceto di riso.

Gli onigiri si possono trovare in varie forme, ma la più comune è sicuramente quella a triangolo. Secondo una leggenda, i viaggiatori anticamente davano al riso una forma triangolare per ricordare il profilo di una montagna e chiedere così protezione agli spiriti che secondo la filosofia scintoista vivono in ogni elemento della natura. Esistono anche spiegazioni più pragmatiche, ma mi piace credere a questa versione. Per conferire all’onigiri questa forma triangolare esistono degli appositi stampi, altrimenti con un po’ di pazienza dovrete modellarli con le mani inumidite di acqua per far sì che il riso non si appiccichi troppo.

Vi lascio qui sotto la ricetta che ho trovato sulla pagina Instagram del New York Times Cooking ed è dello chef Tim Anderson, che tra l’altro, vi segnalo, ha scritto vari libri sulla cucina giapponese, uno in particolare mi incuriosisce molto considerata la mia filosofia di cucina e si chiama Vegan Japaneasy, spero presto sulla mia libreria.

INGREDIENTI

Per il ripieno:

  • 24 funghi shiitake secchi
  • ½ cucchiaino di fiocchi di peperoncino giapponese, o un pizzico di cayenna o di fiocchi di pepe rosso
  • ¾ tazza di tamari o salsa di soia (preferibilmente a basso contenuto di sodio)
  • ½ tazza di mirin
  • 3 cucchiai di aceto di riso

Per gli onigiri:

Dal momento che ne avevo uno da consumare, ho usato il riso che si trova in quei kit da sushi che si trovano al supermercato, due sacchetti da 125 g ciascuno, che velocizza leggermente il processo, altrimenti se usate il riso da sushi “normale” dovrete all’inizio risciacquarlo più volte per eliminare tutto l’amido rilasciato. Trovate QUI il procedimento completo. Nel kit trovate anche l’aceto di riso per condirlo e i fogli di alga nori per avvolgere l’onigiri una volta pronto, altrimenti dovrete comprarli separatamente.

Per la salsa al miso:

  • 2 cucchiai di miso bianco o marrone
  • 3-4 cucchiai di acqua
  • 1 cucchiaio di olio di sesamo
  • 2 cucchiaini di mirin
  • 2 cucchiaini di zucchero di canna
  • 1/2 cucchiaino di aceto di riso

PROCEDIMENTO

  • Per il ripieno degli onigiri, ho messo i funghi Shiitake in una padella e li ho ricoperti di acqua fredda, li ho messi sul fuoco finché l’acqua non ha iniziato a bollire, ho coperto e lasciato riposare per farli ammorbidire per almeno 30 minuti;
  • trascorso il tempo li ho tagliati a listarelle e tritati sottilmente, li ho poi riposti in un contenitore insieme a 1/2 cucchiaino di pepe di cayenna, ¾ cup di salsa di soia, 1/2 cup di mirin e 3 cucchiai di aceto di riso. Chiudete il contenitore e lasciate insaporire in frigorifero almeno 2h, in realtà si conservano così per giorni, saranno ancora più saporiti;
  • cuocete il riso in sacchetto in acqua bollente per 17 minuti, con cura lo togliete poi dal sacchetto e lasciate scolare l’acqua in eccesso, trasferite in una ciotola e condite con aceto di riso, lasciate raffreddare finché non sarà lavorabile con le mani;
  • mentre cuoce il riso potete occuparvi della salsa al miso: in una ciotola mescolate 2 cucchiai di miso; 3-4 cucchiai di acqua; 1 cucchiaio di olio al sesamo, 2 cucchiaini di mirin, 2 cucchiaini di zucchero di canna e 1/2 cucchiaino di aceto di riso fino a ottenere un composto liscio;
  • prendete un foglio di alga nori e iniziate a ottenere dei rettangoli che andranno poi ad avvolgere l’onigiri;
  • dedicatevi quindi alla preparazione della palla di riso: inumidite le mani nell’acqua (per non far appiccicare troppo il riso) e prelevatene una porzione dalla ciotola, fate una piccola conca al centro e inserite un cucchiaino di ripieno (non di più), chiudete quindi con un’altra porzione di riso e cercate di dare la forma di un triangolo: esistono anche delle forme apposite se volete semplificarvi la vita. Infine adagiate l’alga. Ecco pronto l’onigiri!
  • se volete la versione “yaki”, disponete gli onigiri su carta forno oliata, spennellate con salsa di miso e cuocete in forno modalità grill per circa 5-10 minuti, finché non si sarà formata una bella crosticina.

Sulla mia pagina Instagram trovate il reel della ricetta!

Annie Ernaux e il gioco della memoria

Annie Ernaux, un nome sulla bocca di tutti ultimamente nello scenario letterario, perché proprio lei, questa scrittrice francese, ha vinto nell’anno corrente il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale“.

Non avevo mai letto questa autrice e mi sono avvicinata a lei per la prima volta tramite il libro di cui vi parlerò qui, Memoria di ragazza, un romanzo nel quale – come si intuisce già dal titolo – la memoria gioca un ruolo fondamentale. La trama è molto sottile: Ernaux tenta di rimettersi nei panni di una lei più giovane e immatura, in particolare nella ragazza del ’58 che, diciottenne, si allontana per la prima volta dalla casa dei suoi genitori in un piccolo paese della Francia, Yvevot, per andare a fare l’educatrice nella colonia di S.

Un’esperienza che sebbene possa apparire come una parentesi breve e poco rilevante agirà invece su di lei in maniera incisiva. Felice di sottrarsi finalmente al suo ambiente provinciale – una famiglia senza grandi aspirazioni culturali, proprietaria di un piccolo negozio di alimentari -, è determinata a godersi fino fino in fondo questa sua prima prova di libertà, questo ingresso che si rivelerà quanto mai traballante nel cosiddetto mondo adulto. Nella colonia, la giovane Annie che fino ad allora non aveva mai avuto contatto con un uomo, si concede alla prima occasione utile e si invaghisce in maniera sproporzionata di un uomo, un altro educatore della colonia, che evidentemente non aveva alcun interesse nei suoi confronti se non quello di una notte. Il suo corpo e il suo cervello agiscono come se non avessero coscienza di quello che sta facendo, va poi con altri ragazzi, viene insultata per il suo comportamento licenzioso e facile, ma la cosa non sembra toccarla. Ernaux cerca di recuperare con l’aiuto della scrittura questa ragazza del ’58, i suoi stati d’animo, come abbia vissuto l’attesa e l’esperienza di quella cosa a lei ignota che era il sesso, il ruolo che quella prima notte ha giocato nelle decisioni riguardanti la sua vita venute subito dopo, cerca di recuperare sapendo già che sarà una sorta di battaglia persa, perché quella ragazza del ’58 non esiste più, è come fosse un’altra e infatti ne parla sempre in terza persona, non è mai io, ma lei. Eppure se una possibilità di recupero di questa sostanza tanto intangibile e volatile esiste, è così proprio grazie alla scrittura, tramite il lento e chirurgico dipanarsi degli eventi e delle riflessioni che si distendono pagina dopo pagina.

A che scopo scrivere, d’altronde, se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione – psicologica, sociologica o quant’altro -, una cosa che sia il risultato del racconto stesso e non di un’idea precostituita o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere – a sopportare – ciò che accade e ciò che facciamo.

Insieme a quello della memoria – almeno in un paio di occasioni viene citata la Ricerca del tempo perduto di Proust -, il tema della scrittura è una colonna portante di questo libro. La scrittura diventerà la sua voce più autentica, il porto sicuro a cui approda dopo una serie di tentativi ingenui e mal calcolati. Diventa il mezzo di analisi che le permette di andare a sondare certi temi legati alla società, alla differenza di classe e come questo abbia un riverbero nell’esistenza di ciascuno: solo ad anni di distanza per esempio, scrivendone adesso, capisce che quello che mancava alla ragazza del ’58 è la sicurezza in sé, l’agio e la leggerezza nello stare al mondo che solo un certo tipo di ambiente sociale (medio-alto) riesce a regalarti in maniera così naturale e in un certo senso quasi raccapricciante, com’era per esempio per sua amica del periodo londinese che ai quei tempi Annie riteneva solo una ragazza strepitosa, senza pregiudizi, divertente, sempre ottimista.

Ho trovato molto interessante, inoltre, l’indagine sul rapporto che sussiste tra certi eventi accaduti e il riverbero che lasciano a noi per come li abbiamo vissuti e a quelli che erano con noi. Succede che l’Annie Ernaux adulta riesca a trovare tanti anni dopo l’esperienza della colonia una foto di quell’uomo con cui lei andò quella famosa notte. La vede e rimane turbata dalla normalità della scena che le si presenta davanti agli occhi: c’è lui che è andato avanti nella sua vita, facendo quelle cose che normalmente ci si aspetta crescendo, ha una moglie, dei figli, sembra il padre di una famiglia felice. Cosa sarà nei ricordi di lui di quella notte alla colonia? Probabilmente nulla, un’informazione del passato archiviata e mai tirata fuori, mentre lei addirittura ne sta scrivendo un libro…

Come siamo presenti, noi, nell’esistenza degli altri, nella loro memoria, nel loro modi di essere, persino nei loro gesti? Incredibile sproporzione tra l’influenza sulla mia vita delle due notti passate con quest’uomo e il nulla della mia presenza nella sua. Non lo invidio, sono io che scrivo.

L’anno scorso, cominciando a scrivere, non avrei immaginato che mi sarei dilungata sul mio periodo alla Scuola normale. Mi rendo conto di aver avuto bisogno di riattivare la ragazza che si è impegnata – per dieci anni, avevo firmato – e smarrita in un mestiere non adatto a lei, di esporre insomma una questione a cui la letteratura dà spazio raramente: come ce la caviamo, tutti noi, con la situazione che ci si presenta all’inizio della vita, dapprima l’obbligo di fare qualcosa per vivere, poi il momento della scelta e, infine, la sensazione di essere, o di non essere, là dove dovremmo essere?

È la mancanza di senso di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive che moltiplica le possibilità di scrittura.

I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni

Una faina che racconta la storia della propria vita all’interno di un bosco popolato da animali che vivono all’apparenza una vita pressoché antropomorfizzata: le loro tane hanno cucine e camere da letto, ciascun membro della famiglia vanta un nome proprio e ci sono medici e usurai che ci parlano di istituzioni sociali ed economiche rudimentali.

Il protagonista, Archie, è una faina che diventa zoppa dopo avere tentato di rubare delle uova che si trovavano in cima a un alto albero: diventato inutile agli occhi della madre che non prova un minimo di affetto nei confronti del figlio decide di venderlo alla volpe Solomon in cambio di qualche gallina da mangiare. Solomon è un usuraio, grazie alla sua astuzia e a un cane da guardia, Gioele, che sta sempre al suo fianco e si occupa di andare a sistemare eventuali debiti insoluti, si è guadagnato il rispetto e la riverenza di tutti gli animali del bosco. Archie diventa il suo apprendista e dopo un inizio non facile tra i due, Solomon inizia a vedere in lui delle potenzialità e pian piano lo introduce alle sue passioni legate alla sfera dell’essere umano, che da sempre ha giocato un enorme fascino su Solomon. Presto capiamo infatti che la volpe non è un animale come tutti gli altri: ha coscienza del tempo, ha imparato a leggere e a scrivere e crede in Dio.

Il grande monolite intorno a cui gira l’intero romanzo è questa dicotomia tra uomini e animali. Da una parte c’è il regno della sopravvivenza a tutti i costi, dell’istinto, della ferinità; dall’altro quello della consapevolezza del nostro essere transeunti, destinati a condurre una vita breve e piena di dolore in cui le pene possono essere alleviate dalla fede in un Dio di cui in fondo non abbiamo le prove dell’esistenza oppure dal piacere di trasporre le nostre avventure tramite la scrittura e renderle in questo modo eterne.

Archie non sembra in fondo guadagnarci molto da tutto questo bagaglio di conoscenza che Solomon gli lascia in eredità: si configura sì come un essere speciale, ma pur sempre in precario equilibrio tra un mondo di sentimenti tutti umani e un istinto animale che lo porterebbe persino a mangiare i suoi figli per non morire di fame durante il rigido inverno. Resta infine solo, vecchio, orfano ormai di quella beata incoscienza animale sostituita dalla chiara consapevolezza che presto dovrà morire, il suo ultimo lascito al mondo è la scrittura delle sue memorie che lascerà in custodia al suo unico amico rimasto, un istrice che lo ha salvato da un pericoloso incendio, nella speranza che questo gesto renda significativa la sua breve permanenza su questa terra.

Qual è il messaggio ultimo che il romanzo ci vuole dare: forse che sia meglio restare protetti dall’ignoranza e non giungere mai al sapere? Che dovremmo rivedere e accettare con maggiore imperturbabilità certe “violenze” dell’esistenza perché si insinuano in fondo nel semplice cerchio naturale dal quale proveniamo? O al contrario rivalutare l’anelito dell’uomo di giungere al Vero che lo differenzia da qualsiasi altro animale? Resta al lettore decidere. Quel che è certo è che alcuni atteggiamenti umani rivisti in questa chiave animale non possono che farci riflettere, perché li vediamo attraverso una prospettiva inedita e a cui non siamo abituati. Una prospettiva narrativa sicuramente originale, ma non innovativa perché si tratta di un espediente già visto nel panorama letterario: si pensi al celebre racconto di Tolstoj Cholstomér in cui la voce narrante è quella di un cavallo. Si tratta di una pratica artistico-letteraria che i formalisti russi chiamavano straniamento: sottrarre la materia narrata alla convenzionalità della prospettiva canonica e presentarla invece sotto una nuova luce.

La grande ambizione di questo romanzo risulta in ultima analisi anche la sua zavorra: troppi grandi temi messi sul tavolo – Dio, il sapere, il potere taumaturgico della letteratura che rende eterni, la diade uomo-animale – che donano sì una sorta di epicità alla narrazione, ma senza trovare il giusto respiro. C’è qualcosa di potente nell’imperfezione di questo testo, che colpisce, tuttavia il coltello non affonda abbastanza e le riflessioni che scatenano scivolano spesso nell’ingenuità e nello stereotipo anche per via della assoluta aderenza alla tradizione con con la quale vengono raccontati. Un esordio narrativo i cui meriti vanno riconosciuti, ma che non mi ha fatto saltare in piedi dalla gioia. Mi riservo di leggere anche gli altri libri finalisti del Campiello vinto appunto da Zannoni con I miei stupidi intenti.

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Vi lascio una ricetta semplicissima che profuma di bosco perché ha come protagonista i funghi. È la stagione giusta: cucinateli più che potete, tanto più che sono ricchi di triptofano che dà origine alla serotonina, neurotrasmettitore che regola l’umore, l’aggressività, il comportamento sessuale, la sensibilità al dolore, il ciclo sonno-veglia e favorisce la distensione e il rilassamento.

ORZO PERLATO CON FUNGHI SHIITAKE E TEMPEH GRIGLIATO

Ho pulito i funghi Shiitake eliminando il gambo (se li volete freschi io li ho trovati per esempio da Naturasì, secchi li trovate nei maggiori supermercati etnici come per esempio Kathay a Milano). Ho messo l’orzo a cuocere e nel frattempo ho tagliato i funghi a listarelle e li ho fatti cuocere in padella qualche minuto con un po’ di olio e aglio, ho lasciato che si asciugassero e ho aggiunto poi il tempeh sempre tagliato a listarelle (io ho preso ancora una volta da Naturasì quello già grigliato), ho condito con un goccio di salsa di soia e ho lasciato cuocere per altri 10 minuti. Dopo avere unito l’orzo cotto con i funghi e il tempeh, ho aggiunto anche della rucola fresca.

Guerra & Pace

Sto leggendo Guerra e pace di Lev Nikolaevič Tolstoj. Chissà come mai, ma nonostante abbia letto tanti di quei romanzi di letteratura russa, Guerra e pace l’avevo cominciato a leggere una volta, ma mi ero fermata presto e non ero più andata avanti, in parte perché c’erano diverse parti in francese non tradotte e mi davano a noia. Stavolta ho deciso che il francese lo capisco anche se non l’ho mai studiato. E comunque sì, sto leggendo Guerra e pace ed è una lettura immersiva, intrigante, estremamente piacevole e questo perché Tolstoj era una persona che sapeva scrivere divinamente e questa naturalezza della narrazione e il piacere della lettura che ne deriva difficilmente lo riesci a trovare altrove. Tralasciando per un attimo gli aspetti formali legati alla scrittura, Guerra e pace è anche un romanzo che ancora ha tanto da dire: le sottili osservazioni sui comportamenti e la psicologia della persone che lui descrive possono valere lì dove sono ambientati, nei più lussuosi salotti dell’aristocrazia russa dell’800, come in qualsiasi altro luogo o epoca. La guerra, la campagna russa contro Napoleone Bonaparte, è la grande protagonista del romanzo, riempie i pensieri e le gesta dei protagonisti, modella le loro vite e certi commenti che stimola possiedono anch’essi una freschezza e lucidità di pensiero contemporanea, tanto più in questo momento tanto incerto che stiamo vivendo tra Russia e Ucraina.

– Se tutti facessero la guerra per convinzione, non ci sarebbero guerre, – disse egli.
– E sarebbe una bellissima cosa, – disse Pierre.
Il principe Andrej sorrise.
– Forse sarebbe una bellissima cosa, ma questo non sarà mai…
– Ma voi perché andate alla guerra? – domandò Pierre.
– Perché? Non lo so. Bisogna far così. E poi, io ci vado… – Si fermò. – Io ci vado perché questa vita che conduco qui, questa vita non fa per me.

Parlare di Tolstoj e cucina, inoltre, è interessante perché – non so se lo sapete – ma lui decise a un certo punto della sua vita di diventare vegetariano per assecondare una sua visione morale e filosofica dell’esistenza. Rimase vegetariano per 25 anni, ma non rinunciò mai a formaggio e uova, di queste ultime in particolare ne andava ghiotto e le cucinava nei modi più disparati. Negli ultimi anni prima della sua morte, avvenuta nel 1910 all’età di 82 anni, per una serie di ragioni i rapporti con la moglie e con i suoi figli andarono a deteriorarsi sempre di più, si dice che uno dei motivi minori per cui questo accadde riguarda proprio le sue abitudini alimentari. La moglie infatti non accettò di buon grado questa sua decisione e nonostante da quel momento in poi chiese al cuoco di preparare sempre due menu diversificati: uno vegetariano per il marito e le figlie che seguirono il suo esempio e uno onnivoro per tutti gli altri, non si rassegnò facilmente al fatto che Lev non voleva più mangiare carne, pensava che questo lo indebolisse e fosse dannoso alla sua salute, per questa ragione ogni tanto – soprattutto quando il marito era malato – chiedeva al cuoco di mettere in segreto un po’ di brodo di manzo nelle sue zuppe e quando lui lo veniva a scoprire andava su tutte le furie.

Come in quasi tutte le famiglie nobili dell’epoca, i pasti a Jasnaja Poljana erano un momento importante della giornata, soprattutto quando erano motivo di ritrovo tra amici e parenti, e intorno a essi si andarono a creare tante storie e aneddoti; tuttavia ripercorrendo le ricette che si era soliti preparare a casa Tolstoj non troviamo piatti particolarmente elaborati e raffinati, bensì ricette tipiche della tradizione popolare come vareniki, uova fritte, torta di patate, zuppa di funghi o dolci fatti in casa. Sof’ja Andreevna Tolstaja, moglie del celebre scrittore, mise insieme ai suoi tempi un ricettario che includeva tutte le principali preparazioni della famiglia, tra queste quelle più interessanti sono proprio quelle che prendono il loro nome da conoscenti e familiari: la torta del dottor Anke, la torta pasquale dei Bestuzhev, il kvas al limone di Marusia Maklakova, la torta di mele di Maria Foeth e così via. In particolare la torta del dottor Anke (un amico della madre di Sof’ja Andreevna che passò la ricetta alla famiglia) diventò un dolce irrinunciabile sulla tavola Tolstoj in occasione di ogni celebrazione importante, tanto che il figlio Ilya ricorda che “tutte le tradizioni di famiglia (e nostra madre ne introdusse molte nelle nostre vite) iniziarono a essere chiamate torta del dottor Anke. Mio padre si burlava a volte della torta del dottor Anke, chiamando torta tutte le abitudini di mia madre, benché anche lui, in quel tempo lontano della mia giovinezza, non potesse fare a meno di apprezzarla”.

In cosa consisteva questo dolce? Si trattava essenzialmente di una torta ripiena al limone. Ora, la ricetta originale di casa Tolstoj non ve la sto a riproporre perché contiene una quantità smisurata di burro e uova, al contrario ho preparato una bella crostata con ripieno al limone, che sicuramente in qualche modo può ricordarla. Siete pronti a renderla anche voi protagonista di anniversari e compleanni? Vi lascio la ricetta qui sotto. Se avete curiosità o domande lasciate un commento o scrivetemi!

INGREDIENTI:

Per la crema

  • 600 g di latte di soia
  • 120 g di zucchero bianco finissimo
  • 80 g di succo di limone (+ la buccia di uno)
  • 70 g di amido di mais
  • 1 pizzico di curcuma (facoltativo, per il colore giallo)

Per la frolla

  • 350 g di farina 2
  • 100 g di zucchero bianco
  • 70 g di acqua
  • 70 g di olio di girasole
  • 8 g di lievito per dolci
  • buccia grattugiata di un limone

Iniziate a preparare la crema unendo tutti gli ingredienti eccetto la curcuma in una pentola fuori dal fuoco e mescolate con una frusta fino ad eliminare ogni grumo. Accendete il fuoco e continuando a mescolare fate sobbollire unendo anche la buccia del limone finché la crema non risulterà densa e omogenea. Quando è ancora liquida aggiungete anche la curcuma per ottenere un bel colore giallo intenso. Eliminate la buccia di limone, togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.

Per la frolla, preriscaldate il forno a 180° in modalità statica. In una ciotola ampia aggiungete zucchero, olio, acqua e e la scorza grattugiata del limone, unite poi la farina e il lievito e impastate fino a ottenere un panetto omogeneo, potete completare il lavoro su un piano infarinato. Stendete con l’aiuto di un matterello 3/4 dell’impasto fino a ottenere un disco di 4mm circa.

Oliate e spolverate di farina una tortiera con fondo estraibile di 26 cm di diametro. Sempre con l’aiuto del matterello trasferite l’impasto nella tortiera e fate aderire bene ai bordi facendo pressione con le mani. Bucherellate il fondo con una forchetta e ricoprite con la crema al limone.

Con l’impasto rimasto create delle strisce sottili e formate una rete sopra la torta. A questo punto è pronta per essere infornata per 40′ a 180°. Controllate sempre la cottura perché può sempre variare a seconda del forno o dello spessore della vostra frolla.

Le pianure di Federico Falco

Quello che mi piace dell’orto è che non serve pensare. Si tratta solo di fare e fare. Piantare la vanga, rivoltare la terra, rastrellare, strappare le erbacce, seminare, sporcarsi di fango, potare, andare, venire. Fare e fare e fare. Il corpo si stanca. La mente si svuota. Scrivere, invece, è un continuo pensare. Il tentativo di tradurre tutto in parole. Di avvicinarsi il più possibile a dare un nome alle cose. La mente si sfinisce in questa precisione impossibile, sembra che la testa stia per scoppiare.

Le vicende narrate in questo libro sono piane come il paesaggio che descrive. Una scrittura tranquilla, che cerca di dare forma ad agitazioni centripete.

Siamo in Argentina, nella pampa, in una casa di campagna nei dintorni del paesino di Zapiola. Qui è dove il protagonista del romanzo, che poi è lo stesso autore, si è rifugiato dopo la fine di una storia d’amore durata 7 anni con il suo compagno. Per riprendersi, per tornare a imparare a vivere passa la maggior parte del tempo in solitudine a eccezione delle poche persone che animano i dintorni, progetta e si occupa del suo orto, legge i libri, si abbandona a quelli che sono i ritmi della natura; così si potrebbe riassumere la trama con poca consolazione degli amanti di intrecci avvincenti. Ma io, per esempio, sono un’estimatrice dei libri senza trama, non ho fatto altro che leggere libri senza trama per tutta la mia vita e ne sono rimasta totalmente soddisfatta, anzi direi stregata.

Federico Falco, classe ’77, è uno scrittore argentino che in Italia è già stato pubblicato da Sur con la raccolta di racconti Silvi e la notte oscura, un libro prezioso che ti abbraccia con le sue storie immerse nel non-tempo argentino. La stessa delicatezza l’ho trovata qui, nelle Pianure, nel narrare una vicenda estremamente personale che ci permette di sperimentare una cosa che solo la letteratura è in grado di fare: avvicinarci in maniera così intima al dolore di un’altra persona tanto quasi da poterlo sentire, sentire quella stanza fredda dove ci si sveglia da soli giorno dopo giorno, l’attenzione ai dettagli nell’immergersi in lavori manuali che prima non si era soliti fare, il restare impegnati per non pensare e il pensiero che inevitabilmente a tratti riemerge, spigoloso, pungente, la gioia quasi ingiustificata per qualsiasi verdura che spunti e cresca, l’inevitabilità del progredire del mondo con le sue leggi naturali che non si curano dei crucci degli essere umani, la natura, splendente e immensa, che esige fatica, sempre in sottofondo.

Qui il paesaggio predomina su tutto, contamina tutto, invade tutto, tutto è paesaggio. Perfino all’ora della siesta, con la casa chiusa e al buio, è impossibile dimenticarsene. Perfino senza aprire gli occhi, perfino quando si dorme, non si smette mai di sentire il cerchio dell’orizzonte.

Percorrere il sentiero che dalla campagna porta verso il paese, prendersi cura dell’orto, dar da mangiare alle galline, la paura che un’iguana le attacchi, che i ravanelli non sviluppino le teste. L’arte ci mette di fronte alle cose di cui non ci accorgiamo, è uno dei scuoi scopi. Accorgerci della bellezza di piccoli gesti quotidiani. La pampa è sempre uguale a sé stessa nella sua monotonia eppure i dettagli fanno la differenza, la pampa sempre uguale a sé stesse che cambia il nostro approccio alla vita.

Scrittura come diario di bordo, note brevi quasi ermetiche, periodi semplici, tentativo di sfuggire alla complessità, racconti di cieli coperti e riscoperte di cosa sia il tempo e l’attesa.

C’è un pensiero nella seconda metà del libro che secondo me è la chiave di lettura di questo romanzo. Parla di quei film o di quei romanzi nei quali vengono raccontati solo i fatti importanti di una vicenda, quelli che fanno avanzare la trama. Il resto – i dubbi, la noia, le lunghe giornate in cui non succede niente, la tristezza stagnante – sparisce a colpi di ellissi, di tagli netti, di rapidi riassunti. I due si lasciano e nel mentre parte una musichetta triste, appare un calendario in sovrimpressione i cui fogli girano in fretta portati via dal vento finché non arriva il momento del lieto fine. Che cosa fanno i personaggi tristi dei film in tutte le ore del giorno? Che cosa fanno quando non suona la musica? È come se nel tempo del lutto non ci fosse narrazione, dice Falco, provando invece a fare esattamente l’opposto con questo libro il cui tema è proprio questo: il travail de deuil, come direbbero i francesi, lavorare il lutto, provare a farlo tramite la narrazione pur nella consapevolezza che nessuna parola doma davvero il dolore, nessuna parola riesce a dirlo veramente.

È stata una lettura riappacificante, calda, da gustare sdraiato su un prato in un pomeriggio di sole, che consiglierei in generale, ma soprattutto a chiunque abbia paura della solitudine e abbia bisogno di consolazione.

La pampa mette di fronte anche a questa verità, quasi zen: non c’è un posto migliore al quale ascendere, non c’è una felicità da guadagnare, non c’è nessun posto dove andare, non c’è nessun posto da raggiungere. Il mondo è questo e sarà sempre questo. Alcuni possono affacciarsi sul vuoto. Ad altri dà le vertigini.

Nel libro vengono spesso appuntati i piatti che il protagonista si prepara. Quelli con il kale Red Russian la fanno da padroni perché è una delle verdure che cresce meglio nell’orto: pasta con aglio e kale saltato, frittata con le biete e kale tagliato fine etc. etc.

Però purtroppo il kale non è una verdura che si trova fresca in questa stagione, allora per non tradire la semplicità e genuinità delle ricette che Federico si cucina, vi propongo delle caserecce integrali fresche solo con biete saltate al peperoncino, super basic come ricetta, ma ve la metto lo stesso.

Visto che abbiamo praticamente solo due ingredienti, assicuratevi che siano buoni. Io, come scrivevo sopra, ho optato per una pasta fresca integrale – per mantenere un sapore più rustico – comprata in un pastificio, se avete tempo e voglia perché non provare a farla voi in casa?! Le bietole invece acquistatele belle fresche, se potete da filiera corta, rivolgetevi al vostro ortolano di fiducia oppure andate direttamente dagli agricoltori, se vivete in una città come Milano ormai sono tanti gli hub che permettono di fare questo soprattutto nel weekend.

Per due persone ne ho fatto un cespo bello grande per intero, c’è da dire che mangiamo tanto. Io stacco la costa dalla foglie più tenere e le taglio a pezzettini. Faccio bollire questa parte più dura in acqua bollente salata per 10 minuti circa, dopo 6-7 minuti aggiungo anche le foglie e scolo tutto poco dopo. Lascio sgocciolare per bene e le salto poi in padella con aglio, olio e peperoncino. Nel frattempo bollite la pasta, lasciate un pochino di acqua di scolo e saltatela insieme alle biete. Potete aggiungere infine un filo di olio evo a crudo e qualche goccia di limone.

Buon appetito e buona lettura!

I signori del cibo. Il reportage di Stefano Liberti.

Così la soia – originaria della Cina – viene prodotta in climi tropicali dall’altra parte del mondo per alimentare maiali in Cina che a loro volta sono originari di un’altra zona.

Si potrebbe riassumere il contenuto di questo libro con una breve, semplice frase che cela dietro di sé un labirinto di complicazioni da capogiro: il capitalismo, molto spesso, fa schifo.

Si tratta di un reportage, dal punto di vista narrativo scorrevole, ma che naturalmente porta con sé molti dati, numeri, testimonianze di persone coinvolte a tutto tondo in queste faccende da una parte e l’altra della barricata, e credo sia inutile e ridondante farvi un riassunto o riportarvi pari pari quello che trovate in queste pagine, l’unica cosa sensata che mi viene da dirvi è consigliare di leggerlo. Se siete ancora consumatori leggeri che quando vanno a fare la spesa viaggiano per le corsie del supermercato senza mai pensare a cosa ci sia dietro a quello che mettono nel carrello, avrete sicuramente tanto su cui riflettere; se invece questi temi sono già il vostro pane quotidiano, un mattoncino di conoscenza in più sull’argomento non vi guasterà di certo.

Parliamo di cibo, certo, ma sono quattro in particolare le macro-aree che Stefano Liberti va a scandagliare nel suo libro che corrispondono ai quattro capitoli principali: gli allevamenti intensivi di maiali in America e il loro collegamento con la Cina; le piantagioni di soia in Brasile; la pesca del tonno e il commercio del pomodoro e il suo bizzarro itinerario tra Cina, Europa e Africa.

Ciò che emerge dal racconto di queste quattro food industries apparentemente molto diverse tra loro è in realtà uno schema che ritorna sempre uguale. La globalizzazione e un capitalismo ormai fuori controllo hanno innestato dei meccanismi che hanno distrutto vecchi equilibri lavorativi e che sono totalmente dominati solo dalla logica del profitto senza più alcun rispetto verso la cura del territorio, il benessere degli animali e lo sfruttamento di moltissimi lavoratori di queste filiere produttive. E perché l’industria del cibo è tanto coinvolta in questi processi? Semplice, siamo quasi 8 miliardi di esseri umani sulla Terra e si tratta di un trend in crescita per cui qualcosa di cui avremo sempre bisogno – tradotto in termini finanziari: qualcosa che potrà sempre generare profitto – è il cibo.

Dopo il 2007-08, con lo scoppio della bolla immobiliare, l’industria del cibo ha visto l’entrata in scena di attori che con il cibo in sé non avevano nulla a che fare: banche d’affari e fondi finanziari hanno iniziato a puntare sulla produzione e commercializzazione di beni alimentari alla ricerca di investimenti con un ritorno sicuro. In paesi come la Cina, che ospita una gran fetta della popolazione mondiale, i consumi stanno cambiando, le persone vogliono mangiare sempre più carne, di contro le terre su cui produrre gli alimenti destinati all’alimentazione umana e ai mangimi per animali non sono infinite. E allora chi ha la leva della produzione può garantirsi ingenti ritorni, in tempi di penuria. Che si tratti di carne di maiale, di tonni pescati o campi di soia, il risultato è sempre lo stesso. Come scrive Liberti:

L’inedita alleanza tra grandi gruppi alimentari e fondi finanziari ha portato allo sviluppo di quelle che definisco aziende-locusta: gruppi interessati a produrre su larga scala al minor costo possibile, che stabiliscono con l’ambiente e con i mezzi di produzione – la terra, l’acqua, gli animali d’allevamento – un rapporto puramente estrattivo. Tali ditte hanno come unico orizzonte il profitto, nel più breve tempo possibile. E sfruttano le risorse in modo intensivo, fino al loro totale dissipamento: esaurite le capacità di un luogo, passano oltre, proprio come uno sciame di locuste.

Dove può portarci tutto questo? Capirete da soli che gli orizzonti futuri non appaiono tanto rosei. L’incarnazione perfetta di quale sia la logica che sta dietro gli attuali mercati globali è il Makola Market di Accra, la capitale del Ghana in Africa, dove si trovano confezioni di cibo provenienti letteralmente dai quattro angoli del pianeta, nulla di locale, nulla di fresco, tutto viene da decine di migliaia di chilometri di distanza: “una specie di showroom del dominio delle aziende-locusta sull’industria del cibo”, nelle parole di Liberti.

Chi ci perde non sono solo i maiali trattati come cose che paradossalmente ricordano il loro status di esseri viventi tramite le deiezioni che deturpano il territorio e le falde acquifere delle zone attorno agli allevamenti dove si trovano, non sono solo i tonni pescati in così grande quantità che stanno scomparendo dagli oceani o piccoli produttori africani di pomodori che sono scappati dal loro paese perché il commercio è fallito soppiantato da nuove logiche di mercato più redditizie che si ritrovano a vivere in una masseria-ghetto in Puglia dove raccolgono – ironia della sorte – pomodori per venticinque euro al giorno d’estate a fronte di dieci ore di lavoro, se proprio vogliamo guardare la cosa da una prospettiva più egoistica a perderci è anche il consumatore finale, costretto a consumare del cibo che ha ormai un sapore standard uguale in tutto il mondo, prodotto in modo industriale e a costi infimi.

Di soluzioni pronte e facili non ne abbiamo, e neanche questo libro ce ne dà. Quello che fa è però mettere in luce come in mezzo a tutto questo ci siano ancora piccole realtà che si oppongono a questa deriva del capitalismo e provano a fare la differenza, può sembrare la lotta di Davide contro Golia, senza speranze, ma che è ora più che mai necessaria. Del resto le risorse di questo pianeta sono davvero finite ed è inevitabile che nel medio periodo ci si vada a scontrare contro questo fatto, allora un’alternativa si dovrà pur trovare. Quello che nel frattempo possiamo fare noi singoli individui è semplicemente stare attenti, informarci su quello che compriamo, rinunciare piuttosto a certi prodotti ma essere disposti a pagare di più quelli che sappiamo provenire da filiere corte e certificate, non essere allettati dalla prospettiva di cibo abbondante a prezzi stracciati.

Per il resto, vediamo dove ci condurrà questo circo.

*

Volevo lasciarvi, a questo proposito, una manciata di nomi di realtà che operano a Milano e non solo dove potere fare acquisti a km0 e filiera corta, con prodotti certificati, che rispettano l’ambiente e consentono (a volte) anche di risparmiare. Una cosa buona che ha portato il Covid, per esempio, è stata modificare in parte le abitudini dei consumatori, che sono diventati più attenti alla qualità di quello che mangiano e questo non può che giovare alla causa generale, quindi per fortuna si sta assistendo all’emergere e alla diffusione di iniziative e punti di incontro diretti tra consumatore e produttore che spingono nella via di una spesa più ragionata in termini di costi ambientali e sociali. Quelli che propongo qui sono solo dei nomi tra tanti, anzi se ne conoscete altri scrivetemeli nei commenti:

  • Il mercato agricolo di San Siro, ogni sabato mattina dalle 8.30 alle 13.30 presso Mare Culturale Urbano dà la possibilità di fare la spesa direttamente dagli agricoltori del territorio acquistando prodotti freschi, genuini, biologici e a km zero.
  • Cortilia, e-commerce di alimenti freschi a filiera corta. Oltre a valorizzare il territorio puntando su prodotti della tradizione e tutelando il lavoro di artigiani il cui nome è riportato sulle etichette a garanzia dell’acquirente, al centro del lavoro di Cortilia c’è la sostenibilità. Ogni passaggio, dalla produzione al packaging, avviene nel pieno rispetto della natura, degli animali e dei suoi tempi e delle persone che ci lavorano.
  • Fondazione Campagna Amica, promossa da Coldiretti nel 2008, tra le altre cose organizza e promuove i punti di eccellenza della filiera agricola italiana dal produttore al consumatore e a km zero. Sul sito potete trovare il mercato più vicino a voi e, dove possibile, è attivo anche un servizio di consegna a domicilio di prodotti di qualità, sicuri e garantiti.
  • L’Alveare che dice sì!, una piattaforma digitale in cui comprare articoli vicini all’acquirente, favorendo gli scambi diretti fra produttori locali e comunità di consumatori che si ritrovano in piccoli mercati temporanei, chiamati Alveari, portati avanti da un gestore. Il consumatore può scegliere di andare a ritirare la spesa nell’Alveare più vicino e conoscere di persona i produttori, a cui eventualmente può chiedere direttamente informazioni sul prodotto. Ogni Alveare ha il suo luogo e ora di distribuzione, e alcuni consegnano anche a domicilio.
  • Il mercato agricolo dei Navigli, dove si può acquistare direttamente dai produttori: frutta e verdura di stagione, vini naturali senza solfiti aggiunti, riso coltivato rispettando la biodiversità, farine biologiche e lievito madre e tanti altri prodotti selezionati per la loro qualità. Attivo tutti i sabato mattina dalle 7.30 alle 16.00 al civico 116 di Alzaia del Naviglio Grande.

Una moda sostenibile, amare i propri vestiti.

Attenzione, spoiler alert: se leggete questo libro vi passerà la voglia di andare a fare shopping, o per lo meno non di certo con la leggerezza con cui magari lo facevate prima. E se siete grandi fautrici o fautori del decluttering, anche quello inizierà ad andarvi un po’ di traverso.

Orsola de Castro, regina dell’upcycling, mette nero su bianco gli spaventosi numeri di produzione che popolano l’attuale panorama della moda. Spesso il dibattito verte sul cibo, sui suoi sprechi, sul suo impatto ambientale e sull’orrore degli allevamenti intensivi, ma anche il mondo della moda sta lasciando un’impronta pesante sul nostro pianeta, che ha distrutto per sempre vecchi equilibri. Tra tutti, un dato mi è rimasto impresso particolarmente e posso citarlo senza andare a ripescarlo tra le pagine: ogni anno, solo a New York, viene gettata via una mole di vestiti pari a 440 Statue della Libertà (non so se ci rendiamo conto!). Vestiti che sono stati prodotti nella stragrande maggioranza dei casi in una supply chain poco trasparente, da operai e operaie sotto pagati, per cui sono stati utilizzati materiali inquinanti in fase di produzione e che sono finiti a ingombrare, invenduti, i negozi di fast fashion o simili, oppure che abbiamo comprato cedendo a un capriccio del momento perché tanto costavano poco per poi metterli una volta e abbandonarli, capi prodotti in condizioni di lavoro ingiuste e che paradossalmente sono risultati del tutto inutili in ottica dell’uso che ne è stato fatto, ma che di fatto esistono, sono lì a prendere spazio, un mattoncino di quelle Statue della Libertà non biodegradabili, spazzatura piena di plastica la cui permanenza sul pianeta è inversamente proporzionale alla leggerezza con cui ce ne siamo liberati.

È così, tutto il libro della de Castro si basa su questo troppo che gira intorno al mondo della moda e inquina le nostre vite suggerendo best practices e indicazioni per cercare di contenere i danni e fare di più con meno. Le limitazioni non devono essere viste necessariamente come restrizioni, ma come occasioni per stimolare soluzioni creative. Inoltre, non si tratta solo di smettere di comprare o comprare meglio, il messaggio che si vuole far passare – o per lo meno quello che è arrivato a me più forte – è di instaurare un nuovo rapporto con i nostri vestiti, renderli davvero nostri, amarli, costruire delle storie intorno a loro. Questo anche tramite l’arte della riparazione creativa, del ricamo, del rammendo volto a dare nuova vita ai nostri abiti. Se un vestito non ci piace più o se ha dei buchi o dei difetti, prima di buttarlo via senza neanche pensarci proviamo almeno a resuscitarlo in qualche modo per evitare di creare nuova spazzatura inutile. E se proprio dobbiamo comprare, ragioniamo su quello che stiamo comprando: andiamo a indagare i materiali di cui è composto, la sua provenienza, prediligiamo la seconda mano così da non aumentare la richiesta folle di nuovi capi da immettere nel mercato come se già non ce ne fossero abbastanza, scambiamoci i vestiti.

Essere chic nel 2022 non significa avere l’armadio pieno di vestiti diversi e sempre nuovi aggiornati alla moda del momento, ma portare fieramente il proprio maglione liso e i propri pantaloni consumati, che abbiamo messo fino allo sfinimento perché ci piacciono e raccontano qualcosa di noi. Essere chic, o come lo vogliamo chiamare, non potrà mai identificarsi in uno shopping non ragionato, semplicemente perché il nostro pianeta non lo sostiene più e ci sta implorando di continuare a utilizzare ciò che abbiamo già nell’armadio o comprare solo lo stretto necessario. Ci sta chiedendo di riutilizzare manodopera adesso male indirizzata verso mansioni più intelligenti che tornino indietro a un sapere pratico e artigianale o che organizzino la supply chain in maniera diversa in modo che si possa instaurare davvero un tipo di produzione circolare che punta tutto sul riciclo.

Sarebbe sbagliato pensare alla sostenibilità come a una tendenza passeggera, anzi è vero proprio il contrario: in quanto essenziale per la nostra sopravvivenza ed evoluzione, la sostenibilità è una tendenza da centinaia di migliaia di anni. Sostenibilità significa equilibrio, qualità e rispetto. Non ci nega nulla e ci fornisce tutto. Ci parla di gratitudine invece che di avidità, d’intraprendenza invece che di sfruttamento. L’eccesso, ecco cosa fa tendenza, ma è una tendenza di cui dobbiamo disfarci al più presto, se non vogliamo diventare gli strumenti della nostra stessa fine.

Interessante anche la sezione in cui viene fatto un lungo e dettagliato excursus sui principali tipi di fibre, sintetiche e non, con cui vengono prodotti i vestiti. Parlando per me stessa, devo dire che non avevo una grande consapevolezza delle sostanze chimiche contenute nei vestiti con cui la mia pelle viene in contatto, che è un tema strettamente legato anche al lavaggio. Durante i lavaggi in lavatrice i vestiti sintetici fatti per esempio in poliestere rilasciano un sacco di microplastiche che vanno a finire nello scarico, di conseguenza nelle falde acquifere, evaporano e ricadono poi sulla terra sotto forma di pioggia ed ecco spiegati i famosi ritrovamenti di microplastiche sulla cima dell’Everest. Anche su questo punto, Orsola de Castro ci invita a un utilizzo moderato della lavatrice, insegnandoci qualche trucchetto qua e là per rimuovere le macchie manualmente o rigenerare i jeans con il vapore. Quali sono invece tra tutte le fibre su cui puntare di più? Di recente gli attivisti sono tornati alla terra ponendo attenzione alle colture biodinamiche e altri sistemi tradizionali che stanno tornando in auge un po’ in tutto il mondo, ciò significa piantare fibre come il cotone, il lino e la canapa, e coltivarle biologicamente.

Se siamo sensibili sul tema del cibo, non possiamo ignorare quello che sta succedendo anche nel mondo della moda perché le logiche con cui i due mercati si stanno evolvendo sono spaventosamente simili. La finanziarizzazione del cibo è la stessa che sta avvenendo per il prodotto moda. Se un tempo c’era trasparenza sulle materie prime e sui luoghi di produzione, ora è diventato tutto opaco, la conoscenza del prodotto si è persa. Non ci si concentra più sulla qualità e il confezionamento del prodotto, ma sulla costruzione del brand, sull’identità di marchio il cui unico scopo è vendere e arricchire le aziende che stanno dietro a tutto questo. Come dice la de Castro, è la separazione delle persone dal prodotto a causare la totale indifferenza con cui guardiamo alla violazione dei diritti umani: se non riusciamo a capire con quanta fatica e con quanti danni ambientali si produce un vestito è più facile continuare ad acquistarli con leggerezza. E la stessa identica cosa succede per il cibo, con le aziende di marketing che cercano di allontanare quanto più possibile il consumatore finale dalla realtà in cui quel bacon o quella bistecca sono state prodotte.

Amare la moda e apprezzarla per le sue molteplici funzioni implica cambiare modo di ragionare e considerare il fine vita degli indumenti una massima priorità, perché l’unico modo per rimediare agli effetti disastrosi del nostro atteggiamento attuale nei confronti dell’usa-e-getta è chiedersi in primo luogo cosa sono i rifiuti, poi pensare alla longevità dei nostri vestiti – e a un loro uso efficiente – in modo da prolungarne la vita il più possibile. Dobbiamo riparare, riadattare e rindossare, non solo come individui ma in modo sistematico, come società. Il fine vita degli indumenti dovrebbe essere una responsabilità condivisa: i brand devono produrre capi durevoli e riciclabili; i governi locali devono mettere a disposizione impianti di riciclo adeguati, sostenendo le infrastrutture locali in modo che le sartorie in grado di eseguire riparazioni si diffondano sul territorio; e i cittadini devono comprare in modo ragionevole e prendersi cura dei loro vestiti, oltre a favorire attività come lo scambio e il noleggio, in modo da non buttare via capi ancora in buono stato.

*

Per onorare lo spirito di sostenibilità che anima questo libro, ho deciso di preparare questa volta una ricetta che non comportasse l’acquisto di nessun ingrediente, usando solo quello che già era nel mio frigorifero o nella mia dispensa. Spesso è facile, spinti dal desiderio di fare nuove ricette che abbiamo visto in giro o ci sono venute in mente, andare a comprare nuovi ingredienti – a volte strambi e quasi introvabili che poi non useremo mai più – quando in realtà a casa abbiamo un sacco di cibo ancora da utilizzare. La torta salata mi è sembrata una scelta indicata perché ci puoi mettere dentro tante cose che magari sono in scadenza oppure sono ormai da tempo dimenticate nelle file più nascoste della dispensa. Non ci sono regole, ognuno può dare sfogo alla propria creatività. La pasta per la torta salata si può benissimo fare in casa, ma io per una questione di tempi ne ho utilizzata una già pronta, ne compro un rotolo praticamente ogni settimana quando vado a fare la spesa principale perché so che, appunto, prima o poi arriverà verso fine settimana la necessità di una ricetta svuota frigo.

In particolare, ho seguito le linee guida di una torta salata che avevo visto sul sito di Vegolosi: ai funghi e alle lenticchie. Coi suoi colori che ci ricordano la terra, con un tocco di verde vegetale, è la perfetta ricetta zero waste. Vi lascio la ricetta qui sotto.

INGREDIENTI:

  • 100 g lenticchie (io ho usato quelle in scatola)
  • 100 g funghi champignon
  • 100 g funghi secchi
  • 1 patata
  • 1 zucchina grande
  • 1 cipollotto
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 cucchiaino zenzero in polvere
  • olio evo
  • sale e pepe q.b.
  • 1 rotolo di pasta sfoglia
  • come strumento: frullatore a immersione

PROCEDIMENTO:

  • Lasciare in ammollo i funghi secchi per 30 minuti, terminato il tempo scolarli, strizzarli e tagliarli grossolanamente.
  • Pelare una patata e tagliarla a dadini, bollirla per 15 minuti e scolare.
  • Tagliare finemente il cipollotto.
  • Tagliare grossolanamente i funghi champignon.
  • Scaldare uno spicchio d’aglio in padella con un po’ di olio evo.
  • Aggiungere poi la cipolla, i funghi e cuocere per una decina di minuti salando il tutto.
  • In una ciotola con un frullatore a immersione ridurre a crema la patata insieme a 1/3 delle lenticchie e 1/3 dei funghi cotti.
  • Aggiungere anche i funghi e le lenticchie rimanenti, lo zenzero in polvere e mescolare.
  • Nel frattempo cuocere una zucchina tagliata a rondelle.
  • Stendere il rotolo di pasta sfoglia e bucherellare la superficie.
  • Unire la crema di lenticchie e funghi adagiando le fettine di zucchina in superficie.
  • Cuocere per 20 minuti in forno preriscaladato a 200°.

Sono il fratello di XX

Cosa pensare di questo libro?

Non lo so bene. È una raccolta di racconti impalpabile: un sogno, un incubo, qualcosa del genere, con personaggi che insinuano una subdola oscenità nel sacro e viceversa. Sono storie tristi, alcune molto belle, altre a mio parere dimenticabili, in ogni caso tutte connotate da malinconia, eleganza, angoscia e necessità di colmare un grande vuoto esistenziale. Sicuramente non una lettura facile, a tratti quasi disturbante, ma che in ciò lascia un segno, un ricordo. E di ricordi, apparizioni dal passato sono piene le pagine di questo libro, in bilico tra il realismo e il fantastico, dove domina uno stile che gli etologi chiamano Übersprung, come si dice nella nota di copertina, un’oscura frenesia dell’orrore. Si accenna a questo fenomeno nel brevissimo racconto, quasi un flash, chiamato Gatto. Se si osserva un gatto mentre cerca di acchiappare una qualsiasi preda, si potrà notare che a un certo punto, proprio quando sta per raggiungere il suo bersaglio, l’animale si distrae, sposta la sua attenzione su qualcos’altro.

Muta la rotta mentale. È come un momento morto. La stasi. […] Così fa il gatto. Distoglie anche se stesso dall’agonia. Che ha inferto. Non sappiamo perché accada che il gatto volga lo sguardo altrove. Lui lo sa. Chissà, forse è delectatio morosa, questo Übersprung. Il malinconico disfarsi di un legame con la vittima. Übersprung: parola che riguarda anche noi. È il volgersi altrove, passare ad altro, manifestare il gesto del distacco, come un addio. La divagazione dal tema, l’evasione da una parola, e insieme la caccia alle parole, il disfarsene: sono altrettanti modi mentali dello scrivere.

Sempre nelle note di copertina si parla di una certa “calma piatta” che pervade le atmosfere del libro, e io la ritrovo soprattutto nell’inadeguatezza delle capacità comunicative delle creature che popolano queste pagine, come nel racconto Il velo di pizzo nero in cui la protagonista si rende conto di quanto sua madre, ora morta, fosse depressa quando era ancora in vita solo adesso, guardando una sua vecchia foto o ancora in Tropici che parla del disagio di una coppia di fratello e sorella che in realtà non si conoscono per niente; i personaggi si perdono nel non detto, nell’ambiguità delle parole che a volte è meglio non pronunciare ma che in qualche modo si devono pronunciare, in strani silenzi che a volte riescono a trovare sfogo solo in impulsi terribili e cattivi come nei racconti La voliera o L’erede, e questo immergersi nelle pulsioni più nere dell’animo umano pare essere piuttosto congeniale per l’autrice zurighese. La prosa di Fleur Jaeggy è magra e affilata, sono racconti molto cerebrali in cui si dà poco spazio alla sensibilità. Il racconto iniziale che dà il nome alla raccolta – per inciso, il mio preferito – è in questo senso molto eloquente: sono il fratello di XX. Parla di un ragazzo, dei gesti della sua piccola vita sospesa, che come altri personaggi qui dentro ha problemi con il sonno, divorato da una non ben definita angoscia esistenziale, per dormire ha bisogno di sonniferi (una situazione ricorrente nei vari racconti), dialoga con la morte, dice del padre che è una persona molto sensibile e distratta

Tra l’altro vorrei dire subito che le persone sensibili sono distratte. A loro non importa assolutamente niente degli altri. Le persone sensibili, o tanto sensibili da essere dichiarate sensibili, come se fosse una gran qualità, sono insensibili ai dolori degli altri.

e ti lascia con un drammatico, teatrale epilogo.

Un libro che nel complesso mi ha dato l’impressione di essere aristocratico, raffinato, molto triste, quindi mangiateci insieme un tiramisù se non volete andare troppo giù.

Vi lascio la ricetta qui sotto di una versione vegan di questo tanto famoso dolce che ho mutuato dal GialloZafferano, provatela e fatemi sapere cosa ne pensate, era la prima volta che la facevo e secondo me ci possono essere margini di miglioramento nel mix degli ingredienti, ma tutto sommato mi ha soddisfatto. La base è una sorta di pan di Spagna da spezzettare per costruire poi i vari strati, mentre la crema si ottiene con tofu e panna di soia da montare.

INGREDIENTI:

PER LA BASE:

  • 180 g di farina 00
  • 70 g di fecola di patate
  • 12 g di lievito per dolci
  • 140 g di latte di riso a temperatura ambiente
  • 120 g di olio extravergine di oliva
  • 100 g di zucchero di canna fine

PER LA CREMA:

  • 400 g di tofu vellutato
  • 40 g di zucchero di canna fine
  • 1 baccello di vaniglia
  • 300 g di panna di soia da montare

PER LA BAGNA:

  • 250 g di caffé espresso
  • cacao q.b. per guarnire

PROCEDIMENTO:

In una ciotola mescolare lo zucchero con l’olio fino a farlo sciogliere. In un altro recipiente setacciare la farina, il lievito e la fecola. Unire le polveri ai liquidi mescolando con una frusta per non creare grumi. Aggiungere lentamente anche il latte e continuare a mescolare fino a ottenere un composto omogeneo. Ricoprire di carta forno una teglia da 20 cm e fare cuocere l’impasto in forno preriscaldato statico a 180° per 35 minuti.

Intanto frullare il tofu vellutato insieme allo zucchero, incidere il baccello di vaniglia e aggiungere i semi alla crema. A parte montare la panna e aggiungerla poi molto delicatamente al resto della crema dall’alto in basso per non smontarla.

Una volta che la base sarà fredda ricavarne delle forme adatte al contenuto del recipiente dove metterete il vostro tiramisù e iniziate a comporre gli strati: base – caffè – crema e così via, spolverando infine la superficie con del cacao amaro. Per la crema potete aiutarvi con un sac à poche. Prima di servire lasciare riposare in frigorifero almeno un’ora.

Viaggio alle Fær Øer

Ho da poco terminato il libro Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, edito in Italia da Iperborea.

Parla di una giovane ventenne danese, la cui famiglia da parte di madre ha radici faroesi, ed è proprio qui, verso le isole Faroe (letteralmente isola delle pecore), che si reca in viaggio con i suoi genitori in seguito alla morte dei suoi nonni, con cui aveva un rapporto molto speciale: l’amata omma, la nonna Marita, che negli anni Trenta dalle Faroe si trasferì a Copenhagen per stare accanto al suo amato, Fritz (il nonno abbi), per rincorrere sogni di modernità e maggiore ricchezza. Un’occasione triste diventa lo stimolo per la contemplazione e l’interrogazione: perché sentiamo il bisogno di tornare dopo essere partiti? Cosa fa di una terra una casa? In che modo i nostri antenati e parenti definiscono il nostro passato, presente e futuro? Come si costruisce la nostra identità attraverso i cambiamenti tra le generazioni?

Queste sono alcune delle domande che la protagonista, non appena atterrata all’aeroporto di Vagàr, fa a sé stessa, chiedendosi cosa significhi avere radici in una determinata terra, i legami che ci uniscono alla nostra famiglia, come essi vanno a fissare la nostra identità e che cosa si possa effettivamente definire casa. Anche i suoi nonni, veniamo a sapere nel corso della narrazione, nonostante avessero lasciato l’isola, non furono mai abbandonati dal ricordo nostalgico di quelle terre selvagge battute dal vento e da un segreto anelito a ritornarci.

Avevo un ricordo di questo posto insieme ad abbi: quell’estate aveva piovuto senza interruzioni. Io avevo preso il mio primo bel 13 in geologia, onestamente anche l’unico. Omma era morta l’inverno prima e abbi era smarrito, fragile. Aveva nostalgia del Nord. quando arrivarono le vacanze, volammo tutti insieme a casa. Dicevamo così, da sempre. A casa, sulle isole. A casa, a Suduroy. A casa, a Sørvágur.
Mia madre è nata a Vordingborg, io nel più grande ospedale di Copenhagen. Si fanno tanti discorsi su cosa sia casa. Uno stato d’animo, le persone che s’incontrano, roba del genere. Per me erano solenni stronzate. Roba da cosmopoliti con lo zaino in spalla, che parlano con la bocca piena di terra, piena di carne. Che vanno in giro a masticare il mondo.
Casa è un toponimo, pensavo. Un nome geografico.
Ma quella volta, con abbi: un agosto umido e verde. Verde muschio, verde nebbia, verde bottiglia.

Le Faroe si aprono ai nostri occhi tramite quelli della protagonista come un mondo estraneo, a sé stante, quasi mitologico e sospeso nello spazio e nel tempo; a tratti ostile nei confronti dell’altro talmente sono forti, identitarie e coriacee le tradizioni che lo abitano: dalla caccia alle balene, alla notte di San Giovanni a giugno – Jóansøku – animata da regate, danze e canti fino all’arte culinaria di essiccare cosciotti di pecora al vento.

Le Faroe rivendicano la loro appartenenza non europea, difendono la loro peculiarità, persino la lingua è diversa dal danese, un altro elemento che contribuisce a creare estraneità nella protagonista che il faroese non lo domina totalmente. Un universo linguistico simile ma differente, ammantato da leggende e saghe che si perdono nella notte dei tempi, Siri Jacobsen in questo romanzo semi autobiografico è riuscita a unire la dimensione folkloristica (streghe del mare, le fate – huldra – che si nascondono sotto i massi in giardino e isole galleggianti che si spostano misteriosamente) a una più intima e universale, quale la ricerca di identità, il venire a patti con una nostalgia dai confini labili e quella del viaggio, che è ritorno a un luogo, a casa, ma anche partenza da un altro posto e in entrambi i gesti si insinua qualcosa di destabilizzante, un piccolo sradicamento che genera interrogazioni e ci mette di fronte punti di vista inediti.

Il tutto tratteggiato da una narrazione che fa avanti e indietro tra il presente e la storia passata della famiglia per scrutare nelle vite di chi è venuto prima, tramite un linguaggio immaginifico ed evocativo che ti fa quasi pensare che questo romanzo non sia stato scritto, ma dipinto.

*

Leggendo il romanzo mi sono interrogata su quale posto possa mai avere la cucina vegana in un luogo così fortemente connotato dal punto di vista geografico e culturale come questo. Nel libro vengono fatte spesso menzioni alla cucina locale, la protagonista stessa mostra dei tentennamenti di fronte al consumo di carne

Avevo appena scoperto il riscaldamento globale, il consumismo, le macellazioni di massa, e rifiutavo la zuppa di carne con panna e pomodori pelati, che peraltro era all’ultimo grido.

ma i freezer di quasi tutta la popolazione faroese sono zeppi di pezzi di carne di balena, che è normale costume mangiare in questi luoghi. Per non parlare della skærpelår, la tradizionale coscia di pecora lasciata essiccare al vento, naturalmente salata dal sale che viene dal mare, che per qualche ragione, nonostante emani un odore putrido di carogna e di formaggio vecchio, è tanto apprezzata alla Faroe.

Io resto della mia opinione, sono arrivata a un punto in cui molto difficilmente riuscirei a buttare giù un pezzo di carne, lo trovo troppo scorretto e ingiusto nei confronti della vita dell’animale, per non parlare dei danni che questo causa all’ambiente. Ma se la prima ragione che spinge a smettere di mangiare carne è universalmente valida in quanto basata su un giudizio etico, la seconda può avere delle piccole eccezioni. Mi spiego meglio: credo che decidere di mangiare carne o pesce in un contesto in cui hai tutte le alternative possibili sulla tavola, quindi cibo vegetale o non vegetale in grandi quantità, facilmente reperibile, sia molto diverso dal farlo laddove invece di alternative non ne hai o ne hai molto poche, come è il caso delle isole Faroe.

Leggevo, e del resto è facilmente intuibile, che qui per via del clima la coltura di quasi tutti i vegetali è praticamente impossibile, salvo qualche tubero o radice, la stessa cosa per gli alberi da frutta, per cui la quasi totalità di frutta e verdura deve essere importata dall’estero a costi esorbitanti. Dunque nella dieta di un locale è molto difficile che siano presenti questi due elementi, per loro è più scontato e intelligente utilizzare quello che la natura offre loro in abbondanza praticamente a costo zero, ossia pesce – qualsiasi punto sulle isole Faroe non dista più di 5 km dal mare – o carne, per lo più agnello o pecora, anche qui, su circa 50.000 abitanti totali delle isole abbiamo 70.000 pecore. 

In un contesto del genere non dico che sia giusto – mi allontano da qualsiasi giudizio morale, sto solo cercando di applicare del sano raziocinio oltre al fatto che detesto i manicheismi – ma arrivo per lo meno a comprendere molto di più il consumo di carne e pesce perché la trovo una scelta, ripeto in un contesto geografico così particolare e circoscritto, più idonea e in sintonia con la natura e l’ambiente circostante, una scelta sostenibile, molto più che in tanti altri punti del nostro pianeta.

Detto questo, le vie che mi aprivano erano due: armeggiare con patate e barbabietole oppure cucinare qualcosa che ricordasse il mare senza utilizzare il pesce. Sebbene sia stata molto tentata dalla prima opzione, ho deciso tuttavia di percorrere la seconda e quelle che vi presento qui sotto sono delle crocchette di finto pesce in cui il sapore del mare viene evocato dalle alghe. Un piatto originale, estremamente piacevole, perfetto da abbinare con una maionese vegana o qualche altra salsina.

INGREDIENTI:

  • 100 g di tofu al naturale, asciugato dai liquidi in eccesso
  • 140 g di ceci lessati
  • 10 g di alghe varie (io ho usato la confezione de La finestra sul cielo acquistata da NaturaSì)
  • 20 g di daikon essiccato (lo trovate sempre da NaturaSì o in altri negozi bio)
  • 1 cucchiaio di lievito alimentare (facoltativo)
  • 1 cucchiaio di gomasio (potete sostituirlo mettendo più sale, io ne ho usato proprio pochissimo avendo già il lievito alimentare e il gomasio, che sono entrambi insaporitori)
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • pan grattato q.b.
  • 50 g di semi vari (io ho usato un mix di semi di papavero e semi di sesamo)

PROCEDIMENTO:

Per prima cosa far reidratare le alghe e il daikon secco: vi basterà metterli in due ciotole, ricoprirli di acqua e aspettare una decina di minuti. Trascorso il tempo, scolateli e uniteli al bicchiere di un frullatore insieme a tutti gli altri ingredienti esclusi i semi. Anche il pan grattato vi consiglio di metterlo in un secondo momento: frullate prima per qualche minuto il tofu spezzettato, i ceci, le alghe e il daikon con i vari condimenti, dopodiché aggiungete tanto pan grattato quanto vi basta per ottenere un impasto facilmente modellabile con le mani.

A questo punto preparate una teglia da forno, oliatela leggermente, prelevate una cucchiaiata abbondante di impasto e tuffatela nei semi che avrete versato su un piatto. Formate delle crocchette allungate con le mani, o anche delle polpette tonde se preferite, e adagiate sulla teglia. Verranno fuori all’incirca 10 crocchette. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per 20 minuti, finché saranno dorate, negli ultimi minuti io ho azionato la funzione grill.

Le ho servite infine con della maionese vegana, erano ottime!

Potete servirle come un originale antipasto o come secondo unendole per esempio a un contorno di patate.

Sapore di Russia

Ho finito di leggere La filiale di Sergej Dovlatov, edito in Italia da Sellerio con la sempre impeccabile cura di Laura Salmon. Siamo in America, New York, nel 1981. Dalmatov, dietro il cui pseudonimo non è difficile riconoscere l’autore in carne e ossa Dovlatov, è un giornalista expat russo che lavora per un’emittente radio la cui frequenza in USSR è oscurata e diffonde quindi notizie per lo più dirette ai numerosi connazionali espatriati in America. Le sue vere ambizioni sono letterarie e questo lavoro, sostiene, serve per mantenere la famiglia e tirare avanti. Una mattina il suo capo lo avverte che hanno organizzato un convegno a Los Angeles dal tema la nuova Russia e il suo futuro, in cui si riunirà il meglio dell’intellegencija sovietica sparsa per il mondo e il cui culmine sarà l’elezione di un presidente in esilio e delle altre inerenti importanti cariche politiche in modo che si possa portare avanti il retaggio della cultura politica, civile e spirituale russa anche in un futuro post-regime. Dalmatov dovrà essere l’inviato de La terza ondata, il nome dell’emittente radio dove conduce il programma Persone e avvenimenti, e sebbene un po’ controvoglia non può far altro che partire direzione Los Angeles.

Il direttore proseguì:
– Un’altra domanda. Dimmi, che ne pensi della Russia del futuro? Ma con franchezza.
– Con franchezza? Niente.
– Sei un tipo singolare tu. Non vuoi andare in California. Non pensi al futuro della Russia.
– Sto ancora cercando di capire il passato… E poi, che c’è da pensare?! Chi vivrà vedrà.
– Chi ci arriverà vivo… – assentì il direttore.

La cronaca di ciò che avviene durante le varie conferenze ricalca lo stile tipico di Dovlatov, intriso di umorismo e mordente che non risparmia né se stesso né gli altri. Emergono tutte le contraddizioni e i vizi che contraddistinguono i russi, e tra questi simpatici teatrini al limite del tragicomico il passato torna a bussare prepotentemente alla porta del giornalista Dalmatov perché tra i presenti si palesa anche Tasja, il suo grande e mai risolto amore risalente a una ventina di anni prima quando entrambi erano ancora in Unione Sovietica. A questo punto la narrazione continua su un doppio binario, indizio già contenuto nell’incipit che fa partire il romanzo con un occhio rivolto al passato:

Mia madre dice che un tempo mi svegliavo col sorriso sulle labbra. Questo avveniva più o meno, devo supporre, nel 1943. Provate a immaginare: tutt’attorno la guerra, i cacciabombardieri, lo sfollamento. E io che me ne stavo sdraiato a sorridere. Adesso è tutto diverso. Da circa vent’anni ormai mi sveglio con una smorfia di disgusto sulla faccia emaciata.

La descrizione di ciò che avviene al convegno è puntellata di numerosi flashback che riportano alla memoria la storia d’amore vissuta da lui e Tasja, un rapporto malsano tuttavia estremamente intenso che lo portò sull’orlo del baratro. Lei è rimasta la solita donna che era allora: eccentrica, viziata, instabile e bellissima. Dalmatov con quella vena malinconica che nei suoi lavori si accompagna alla leggerezza dell’ironia ricorda la sua gioventù, ci accompagna per gli ambienti universitari e i circoli letterari della Leningrado fine anni Sessanta, lui aspirante scrittore e boxeur amatoriale che per lei finì col trascurare gli studi e il suo futuro pur di starle accanto sempre e avere come unico pensiero il loro amore, su cui il richiamo al servizio militare gettò per sempre la parola fine. Che Dovlatov scelga l’amore, e un amore reale perché nella Tasja del romanzo si nasconde Asja Pekurovskaia con la quale Dovlatov ebbe effettivamente la sua prima importante storia d’amore, come argomento principale di una sua opera è peculiare, ma ho trovato estremamente piacevole il racconto di questa parabola dalle prime accecanti infatuazioni fino alla constatazione del fallimento personale, con il sottofondo chiassoso di letterati, giornalisti e politici che si agitano sul futuro della Russia. Anche trattando questo tema, non smentisce la sua vena umoristica e non smette di ricordarci il frivolo nonsense che abbraccia la nostra esistenza e che in qualche modo dobbiamo accettare.

IL PIATTO DEL LIBRO: cari amici slavofili o meno, io ricordo che quando andai in Russia non mangiai affatto male, tuttavia pesce e carne (oltre alla vodka, si capisce) erano abbastanza onnipresenti. Su tutti, i piatti che mi piacquero di più sono sicuramente i bliny, simili a dei pancakes solitamente farciti con panna acida e salmone affumicato o uova di salmone e i pel’meni, ossia dei ravioli con un ripieno tipicamente di carne e serviti anche questi per lo più con panna acida, che insieme alla vodka in Russia mettono un po’ ovunque. Per immergerci nello spirito e nella cultura russa io ho deciso di cucinare una versione plant-based proprio dei pel’meni, preparando la pasta con un misto di farina 00 e semola di grano duro (per renderla più consistente in modo che tenesse il ripieno in cottura vista anche l’assenza di uova nell’impasto) e come ripieno seitan macinato con cipolla e spezie. Non mi sono fatta mancare neanche la panna acida, di cui pure ho fatto una versione totalmente vegetale. Che dire, era la prima volta che preparavo la pasta ripiena a casa e c’è di sicuro margine di miglioramento, ma sono rimasta molto soddisfatta del risultato. Anche per quanto riguarda il gusto, sembrava di tornare alla memoria in uno di quei ristorantini sulla Neva, peccato solo che fuori dalla finestra qui a Milano il panorama fosse un po’ diverso. Vi va di volare in Russia con me? Sotto la ricetta dei nostri pel’meni 100% vegetali.

INGREDIENTI PER 2/3 PERSONE:

Per la pasta:

  • 150 g farina 00
  • 100 g semola di grano duro
  • 118 g acqua (1/2 cup)
  • 2 cucchiai di aquafaba (è l’acqua di cottura dei ceci, io l’ho prelevata dai ceci in barattolo)
  • 1/2 cucchiaino di sale

Per il ripieno:

  • 125 g di seitan
  • 1 cipolla piccolo-media (tritata finemente)
  • 1 spicchio d’aglio (tritato finemente)
  • 1 cucchiaio di salsa di soia
  • paprika affumicata q.b.
  • maggiorana fresca q.b.
  • noce moscata q.b.
  • sale e pepe
  • foglie di aneto per guarnire

Per la panna acida:

  • 200 g di tofu vellutato (lo trovate da NaturaSì o simili)
  • 2 cucchiai di succo di limone
  • 1 cucchiaio di aceto di mele
  • 1 cucchiaio di lievito alimentare
  • 1 pizzico di sale

Per preparare l’impasto, come prima cosa mescolare in una bacinella l’aquafaba con l’acqua. In un’altra ciotola versa la farina setacciata e il sale. Lentamente versare i liquidi nella farina e mescolare. Trasferire l’impasto su un piano di lavoro preferibilmente in legno e continuare a impastare per diversi minuti fino ad ottenere un composto omogeneo ed elastico che mantenga però una certa fermezza perché dovrà essere poi steso sottile. Una volta terminato, lasciare a riposare con un canovaccio sopra per almeno 15 minuti.

Nel frattempo preparare il ripieno: tritate finemente il seitan con un robot da cucina, passatelo almeno un paio di volte e unite poi anche la cipolla, l’aglio e le spezie che potete inserire nella quantità desiderata a seconda del grado di aroma che vorrete ottenere.

Trascorso il tempo di riposo della pasta, prelevatene un terzo e lasciate il resto sotto al canovaccio in modo che non si secchi. Con un mattarello stendente la pasta molto sottile (io non ho una macchina per tirare la sfoglia, nel caso tanto meglio) e con l’aiuto di un coppapasta rotondo ottenete dei cerchi al centro dei quali riporrete un cucchiaino abbondante di impasto. Ripiegate una parte sull’altra facendo pressione ai bordi e infine unite le due estremità per ottenere la forma tipica dei pel’meni. Ripetete questa operazione con tutta la pasta mancante.

Fate cuocere poi in acqua salata bollente per 5-7 minuti e gustateli con della panna acida.

Per prepararla non dovrete fare altro che versare tutti gli ingredienti elencati sopra in un mixer e far andare per un minuto, e la vostra panna acida è immediatamente pronta per essere gustata.